Recensioni

6.5

Sanremo ed Eurovision, Gioventù Bruciata e sponsorizzazioni a palate: l’ascesa di Mahmood nell’ultimo paio d’anni è cosa di tutti, in ogni senso. Perché la sua dimensione, per ovvi motivi, è da subito stata quella di chi può permettersi di passare su RTL e al contempo farsi portatore di istanze più indie da un punto di vista musicale e più impegnate da quello tematico (sia civili che etniche). Ghettolimpo, il suo secondo disco, conferma decisamente questo posizionamento ibrido, con tutti i pro e contro che comporta.

Perché da una parte c’è l’apprezzabile tentativo di costruire un concept coerente, permeato da un’estetica meticcia che frulla shonen, God of War ed Age of Mythology. Niente raccolta di feat per colonizzare Spotify, niente sbragata definitivamente radiofonica. Dall’altra resta la rincorsa alla melodia che – pur interessante e non banalotta – non rinuncia a diventare hit estiva. Pezzi ballabili come Dorado e Kobra, o ballate come Rapide o Inuyasha, che inevitabilmente passeranno e ripasseranno in radio e canticchieremo tutti sotto l’ombrellone. Il tutto è sempre condotto con grande gusto negli arrangiamenti, freschi e molto ben prodotti e ricchi di dettagli che tengono sotantemente viva l’attenzione. Un esempio calzante di questo perenne crocevia possono essere i ritmi caraibici di Klan, che si fregia di un altro ritornello molto efficace e ci spalma pure qualche synth dissonante di sfondo. Insomma, abbiamo il Fricat di Fricatism che continua a passare in radio cercando anche di parlare allo stesso pubblico di Arca. Nella scelta tra suonare in Piazza Duomo a capodanno oppure inseguire progetti di respiro più internazionale e anche legati a estetiche HD futuriste, Mahmood decide di provare a tenersi saldo in entrambi i frangenti. L’obiettivo è accontentare tutti, il rischio di finire con il non esaltare nessuno. 

Siamo davanti a un complesso gioco di contrasti insomma: c’è il coraggio di non cedere del tutto alle sirene dei numeroni da classifica e restare interessante, e l’ignavia di non imboccare una volta per tutte una direzione definitiva. Certo, la si potrebbe anche leggere sotto la lente opposta: difficile, in ambito mainstream, trovare qualcosa che superi Mahmood per qualità e personalità dell’estetica. Ci dirà il tempo chi aveva ragione. 

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