Recensioni

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Si sente quasi la fatica delle meningi in The Long Shadow Of The Paper Tiger. Già Gooble, la prima traccia, è un manifesto di frastagliatura di stili, di tecniche che sempre e comunque rimandano alla percussività, ma anche alle connotazioni della percussività, cioè agli accompagnamenti a cui, di volta in volta, i tamburi complessi hanno rimandato. Se Kontpab era immediato, rapiva subito per rapida comprensione, in questo caso si manifesta il loro impegno nella composizione e richiede il nostro nell’ascolto.

Per certi versi, ciò che emerge è un aspetto “figurativo” della sound. Nel discorso complesso che i nuovi Mahjongg provano ad articolare, ciò che emerge è comunque una figura sullo sfondo, figure che sono retaggi che finiscono per rubare la scena. Se sentiamo un vocoder o quelle drum machine, ci viene in mente un certo milieu anni Ottanta zona Kraftwerk (Miani Knights), il che rischia poi di narcotizzare il potenziale scatenante del loro suono. Bisogna allora riascoltare il disco perché quella o quelle figure rientrino nei ranghi, e perché la figuratività appaia tutta intera, per quell’insieme frastagliato con cui l’album n° 3 del combo è stato pensato.

Precedentemente, nei Mahjongg, forse anche alla luce corroborante del loro live, percepivamo uno spazio “fisico” dei tamburi, distribuiti, molteplici, ma “presenti”, non solo in termini di fedeltà del suono e di produzione. Ora il sound comunica una complessità di studio, e se questo vuol dire una svolta prettamente elettronica (ma vintage), benché Kontpab stesso si basasse sulle macchine, allora stiamo parlando di quello.

Si sente Moroder nella prima parte di Grooverider Free, che poi si trasforma in un multistrato di ritmo (come sei Super 16 dei Neu! sovrapposte) ci fa capire come l’inizio del pezzo fosse ironico. Per riassumere, i Mahjongg di The Long Shadow… possono a seconda di un pezzo o l’altro essere chiamati “la versione poliritmica di xy”. Riassumendo il riassunto: più arguti, meno sintetici (a parte per il semicapolavoro mutant di LA Beat), meno appassionanti.

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