Recensioni

Verranno a dirvi quanto questo disco sia inutile, spalmato su esauste sonorità country rock, aggrappato a strutture ben note e perciò prevedibili da chiunque possegga anche solo due dischi del Neil Young o del Bob Dylan elettrici. Ve lo diranno, certo, e scrolleranno la testa chiosando il deprecabile nuovo corso di Jason Molina, di come in tal modo sprechi il suo songwriting cupo, ombroso, defilato. Questo il contesto – quasi un rumore di fondo – che accompagna l’ascolto di Trials and Errors, primo titolo licenziato dalla compagine Magnolia Electric Co., vale a dire il buon Molina con la sua band di elettrici cowboys colti in un’esibizione live a Bruxelles nel 2003. Osservazioni plausibili a cui, dopo numerosi ascolti, ci accodiamo senza alcuna remora.
Eppure, questi numerosi ascolti sono accaduti bene. Eppure, questa trama lisa e frastagliata di concrezioni elettriche, basso rombante e drumming granuloso, sembra un buon riparo, sembra un sentiero puntato verso l’orizzonte buono, sembra il mormorio di un’anima che non ha smesso di cercarsi per quanto la luce sia più chiara adesso, anzi malgrado ciò. Quella di Molina appare oggi l’ostinazione di chi deve rinforzare le fondamenta, di chi sa quindi che deve abbassare l’obiettivo, lavorare al di sotto delle proprie possibilità, senza per questo perdere la naturalezza che solo un approccio rispettoso può garantire. Rispettoso anzi umile al punto da svanire, fin dal nome e in nome di mode e forme e stili che sono già, prima d’incarnarsi canzone, stato d’animo (del resto, ai moniker Jason è abituato da un pezzo). Sembra insomma un’implosione consapevole, voluta, guidata. Anche se l’evidente entusiasmo, la più che discreta ispirazione dei pezzi nuovi e soprattutto la cura dei particolari (i sapienti incroci armonico-ritmici, i riccioli melodici che spumeggiano sulla superficie rugosa, la verve calligrafica dei siparietti percussivi) tradiscono una convinzione profonda, come se non fosse affatto un “prestarsi a”, non un gioco delle parti, non un “farci”, ma un – poco plausibile quanto volete – “esserci”.
Detto questo, seguono i particolari in cronaca: per quanto concerne i pezzi già noti, Almost was good enough assottiglia l’angoscia e i volumi annusando dinamiche oblique, s’addensa e distende senza posa come un aspirante apocrifo di On the Beach, mentre è addirittura emblematico il trattamento riservato a Ring The Bell e Cross The Road (entrambe contenute nell’intenso – e a parer mio irrisolto – Didn’t It Rain), più serrate, quasi frettolose, stranamente depotenziate, come cicatrici risarcite e quindi “narrate”, non più in corso. Venendo agli inediti, li scopri percorrere il non certo vasto ventaglio stilistico che va dalle ballate mid tempo come North star e Dark don’t hide it (l’elettricità muggisce mesto fatalismo e repentini tremori), agli up tempo frastagliati come Don’t this look like the dark passando per le tumide trasfigurazioni country rock di Such pretty eyes for a snake e The big beast (grugniti e ruggini, il cuore in bilico su apocalissi younghiane – vedi la citazione/apparizione di Tonight’s the night – e l’incedere fosco da Thin White Rope narcotizzati).
Niente di nuovo dunque a rosolare sotto al sole di questo deserto precario: il panorama è torrido e brullo, le prospettive promettono le solite vecchie strategie di fuga e rivalsa. Proprio per questo, può bastare anche poco per accendere la fiammella della magia, in questo caso una tromba inattesa che squaderna tremolante brezza tex-mex sotto l’ultimo front porch in Leave the city e The last 3 human words, dove il folk si distende, le corde mestano sottotraccia e il canto si fa (torna a farsi) intima lamentazione, pur con la sterzata acida pronta a scattare appena voltato l’angolo.
Non mi prendo la responsabilità di consigliare l’acquisto di questo Trials and Errors, ma neppure riesco a dirne male. Un buon disco, che – se ce n’era bisogno – ribadisce Jason Molina tra i più grandi autori folk rock contemporanei. Forse lui stesso ne è consapevole, ma sembra non importargliene affatto.
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