Recensioni

Viviamo in tempi isterici, irriverenti, si sa. A volte la musica ci riconcilia con mondi lontani, a volte con noi stessi, altre volte ci parla del mondo, dei tempi isterici, irriverenti, altre volte – ed arriviamo al caso dei Magellano – riproduce fedelmente l’isteria e l’irriverenza del nostro tempo. D’altronde chi conosce la storia del Pernazza (Ex-Otago, Chiambretti Night) lo sa: i suoi progetti sono fondati sul suo ego istrionico, sulla sua agitazione, sull’ansia esistenziale filtrata nelle sue rime. E i Magellano non sono da meno, con il loro electro pop in salsa reggae/dub, su cui si innesta quasi sempre quel “rap sbilenco”, che, se nei tempi degli Ex-Otago era tenuto a bada da una sostanziale melodia, ora è totalmente fuori controllo.
Il secondo disco dei Magellano si chiama Calci in culo. E sembra di star dentro a qualche spring break della East Coast in cui, fra tipe, mare e fluorescenze, Skrillex e reggaeton, la cosa migliore che puoi fare per goderne, è farti di qualcosa. A loro vantaggio gioca una produzione irriverente, affidata all’LNRipley AleBavo, che fa suonare ogni pezzo come un estratto da Stomp, con bidoni di metallo e tamburi che incidono sull’avanzata. Al limite del mal di testa. Consci che l’obiettivo perseguito dalla band è proprio mirare alle sinapsi, rimane tra le mani un prodotto spiazzato e spiazzante, un ottovolante di suoni metropolitani da ascoltare in qualche block party clandestino, veloce, troppo veloce per essere goduto. Come un calcio in culo.
Gli ospiti abbracciano i mondi delle sonorità dei Magellano: Raphael (personalità di spicco nel panorama reggae) accompagna il singolo Calci in culo, che fra Bomfunk MC’s e rime ossessivo-compulsive si addice (come forse consiglia la copertina) ad un clima da tagadà o autoscontro; meglio, a questo punto, la base jazzata e un po’ swing (che nel precedente Tutti a spasso faceva pensare a qualcosa dei Gorillaz) de Il terzo pezzo, con tutta la solita cascata di rime che solo Pernazza può concepire; così come cabarettistico e circense risulta essere il feat. della Swingalong Electro Arena in una ambigua e divertente Cerchi nel grano. Piccolo salto nel folk, con il kit del cantautore “indie”, scritto e redatto insieme a L’orso in La canzone dell’Okulele: fuori luogo è dir poco, ma per lo meno si ride. Forse i momenti migliori sono in apertura e in chiusura. Benvenuti/E se Einstein avesse ragione e Terminal, rispettivamente feat. Escobar e GnuQuartet, riescono a tradurre l’agitazione interiore in un mix veramente schizofrenico, in cui violini e melodie si scontrano con la finezza delle rime e l’ingenua (in senso buono) “tamarraggine” delle basi.
Calci in culo alla fine diverte, malgrado si faccia non poca fatica ad arrivare alla fine senza schiacciare ogni tanto lo skip. Ciò non toglie che il passo indietro rispetto a Tutti a spasso rimane palpabile. Il primo era, infatti, un disco tenuto in qualche modo a bada dalla forma canzone (oltre che dall’idea del concept sul viaggio), questo Calci in culo raggiunge un’indomabilità che si fatica a concepire.
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