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7.5

Come un raggio di sole arrivato a squarciare il tetro cielo ricolmo di nuvole di questa tarda primavera, ecco arrivare l’annunciato, ma non ancora atteso, nuovo album dei genovesi Ex-Otago che si materializza venti giorni prima dell’inizio dell’estate. Potrebbe sembrare una casualità, ma in realtà non lo è. L’arcobaleno pop messo in piedi da questi quattro (ex)ragazzi è, infatti, quanto di più stupendamente ludico sia arrivato sui nostri lettori da tempo immemore, rinfrescante come una grattachecca all’arancio in un torrido pomeriggio romano o, se preferite, come un gelato al pistacchio leccato sulla panchina del parco dietro casa. Un tripudio di pop con la P maiuscola, come poche volte è stato da queste parti ed il fatto che per la maggior parte del tempo cantino in inglese è soltanto una banale coincidenza.

L’estetica e l’etica obliqua professata dalla ineffabile Riotmaker raggiunge in questi trentacinque minuti scarsi i suoi massimi livelli, dichiarandosi oramai matura per inaugurare la nuova, sospirata, stagione del pop italiano, finalmente libera dai rigurgiti cantautoriali e dalle brutture new rock degli ultimi anni. In Tanti Saluti si riscoprono l’amore per le forme ed i colori, per quella voglia di fare musica anche se alla fine la “musica” non si sa fare, per quel mandare in culo tecnicismi ed analisi introspettive rimanendo con gli occhi ed il cuore ancorati alla quotidianità, qualcuno dirà, più spicciola e, forse, borghese. Ma questo è il senso di un disco che è, prima di tutto, un lucido atto politico, una esuberante rivendicazione della vita nei confronti della volgarità ricca e povera.

Una chitarra acustica, una batteria e qualche testiera il loro armamentario, nonna Luisa, il cane Sasha, Sandro Pertini, Amato il fruttivendolo, il fantomatico Mirinzini gli eroi ed i protagonisti del loro piccolo mondo (quasi) perfetto, dove può capitare di incontrare gli Austin Lace con un sorriso ancora più grande di quello che solitamente sfoggiano (Luisa, Cooking Ovation, Pertini Is A Genius, Mirinizini Is Not Famous), strumentali sullo stile del primo Ben Watt solista (Bar Centrale), improbabili skit rap (Senti come pompa), deliranti giochi sul lessico italo/inglese poggiati su pimpanti basi di tastiere giocattolo (Amato The Greengrocer), nuovi “giorni vacanzieri” (Robilante), geniali pop song intrecciate a valzer e canti di montagna (Waiting For The Stars) ed anche il brano che avete sempre sognato per abbandonarsi tra le braccia di qualcun altro (Going To Panama). Poi c’è Che tempo faceva, semplicemente la migliore canzone italiana dell’anno.

Un disco, Tanti Saluti, con il quale si potrebbe (si dovrebbe?) vincere qualsiasi Festivalbar oppure intasare definitivamente le frequenze di radio DJ, ma sapete come me che questo non sarà mai possibile ed allora rimane una sola cosa da fare: mettere la vostra copia in macchina e pomparla al massimo con i finestrini e la cappotta tirati giù. Se qualcuno si avvicinerà dandovi del “terrone” oppure intimandovi di abbassare il volume giratevi e mostrategli il vostro sorriso più ebete, chissà, potrebbe anche capire.

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