Recensioni

7.8

Una volta si chiamavano Cream o Crosby, Stills, Nash & Young: erano i supergruppi, un’”invenzione” degli anni ’60 che soprattutto il decennio successivo ha contribuito a rendere istituzionale. Formazioni all-star durate lo spazio di un disco come Blind Faith e Derek and the Dominos – sempre con lo zampino di Eric Clapton – o evolute in progetti di più ampio respiro e grandi intenzioni come i progressivissimi Emerson, Lake & Palmer. Il Seattle Sound degli anni ’90, che del revival di un certo rock di due decenni prima fece a suo modo una bandiera, ha riportato in auge l’idea. Un fatto più spontaneo che cercato con chissà quali pretese: molti componenti della scena erano semplicemente amici e il feeling tra loro naturale; a parte qualche eccezione, c’era molta più collaborazione che rivalità. Sono due i “supergruppi” di quella Seattle che vengono in mente. Entrambi hanno incorniciato due momenti storici precisi sublimandoli negli intenti come nei risultati.

Se i Temple of the Dog, che appartenevano ancora a una fase tutto sommato “aurorale” appena precedente l’esplosione mediatica della scena, hanno avuto come principio creativo l’elaborazione di un lutto, i Mad Season, che fanno parte a pieno titolo della fase crepuscolare – crepuscolare come l’atmosfera che si respira nel loro unico album, specchio del periodo in cui il filone di Seattle ormai iperesposto iniziava a esaurirsi – nascono da una terapia e come terapia. Di gruppo, personale. Esistenziale, artistica. Fili conduttori tra le due superband, la presenza di Mike McCready, i duetti storici tra voci soliste (Chris Cornell e Eddie Vedder da una parte, Layne Staley e Mark Lanegan dall’altra) e, fatalmente, l’eroina. La droga che scorreva nelle vene di molti musicisti della scena e che non ha lasciato scampo a due dei protagonisti di Above: John Baker Saunders e Layne Staley.

Temple of the Dog era un tributo alla memoria di Andrew Wood, il cantante dei Mother Love Bone che un’overdose aveva portato via nel marzo del 1990, frustrando già in partenza la probabile scalata al successo del suo gruppo – una tragedia e uno dei tanti crocevia del destino: senza il dramma, non sarebbero probabilmente mai nati i Pearl Jam. Ed è in un rehab del Minnesota, quattro anni dopo, che Mike McCready incontra John Baker Saunders. Più anziano di una decina d’anni di McCready, Saunders è un esperto bassista blues. Non è quello che si direbbe un musicista “grunge”. Non è nemmeno di Seattle, e nella città di smeraldo avrebbe collaborato soltanto dopo con i Walkabouts – per inciso, forse la band meno “grunge” tra le più conosciute della Seattle anni ’90. Mike e Baker mettono dunque insieme un complesso, coinvolgendo Layne Staley degli Alice In Chains – un amico che McCready avrebbe voluto aiutare a uscire dal tunnel dell’eroina – e Barrett Martin, batterista degli Screaming Trees (ed ex Skin Yard). Quando si tratta di andare in studio, ecco che entra in scena anche Mark Lanegan, e la sua presenza è di quelle che certo non si possono dimenticare.

Tra tanti protagonisti della scena, si può dire che sia per paradosso il musicista meno conosciuto a dare un tocco diverso, a influenzare la direzione musicale dell’intero progetto. Con un giro blues del basso di Saunders inizia Wake Up, una rockballad spettrale che parte sommersa per trasformarsi in grido elettrico e fatale. Sale il magone al pensiero della dolente elegia che Staley sembrava qui rivolgere a se stesso (“un suicidio lento non ti porterà da nessuna parte”; e invece è andata proprio così). Più del triste presagio, che si insinua anche tra le pieghe dell’altra ballata che illumina in chiaroscuro – una River of Deceit dal profumo di folk-rock dove il cantante degli Alice In Chains cita nel primo verso (my pain is self-chosen) uno dei suoi libri preferiti (Il profeta di Khalil Gibran), e lo proietta inesorabilmente sulla propria storia –, a colpire sono gli accenti delicati e soffertissimi della voce che vibrano dalle casse, testimonianza di una delle registrazioni più rivelatrici non tanto di un destino segnato ma di una sconcertante bravura. Due delle prove vocali più intense di Layne – per due dei suoi testi più commoventi – a cui si aggiunge il duetto d’eccezione impresso sulla seconda facciata del disco, Long Gone Day, una bossa nova nostalgica che si snoda in un’atmosfera sospesa – con echi jazz e psichedelici –, in cui le voci di Layne e Mark Lanegan dialogano in maniera memorabile – ognuna con le sue caratteristiche e ognuna con il relativo portato emozionale, ad alimentare sempre più un terrificante doppio rimpianto di averli persi per sempre. Sono questi i brani più suggestivi, tra i più suggestivi della tarda stagione grunge, tanto più perché sanno deviare dalle sonorità dei gruppi a cui appartenevano normalmente i musicisti che formavano i Mad Season.

C’è però tutto un lato più potente, che include X-Ray Mind, I’m Above (altro duetto Lanegan/Staley), Lifeless Dead e I Don’t Know Anything, e che parla la lingua di un rock-blues aspro e allucinato; questi brani hanno la cupezza degli Alice in Chains senza averne la heavyness, riprendono alcune atmosfere dei primi Pearl Jam in maniera più soffusa e notturna prosciugandole da certe tentazioni epiche, oltre a rendere omaggio ai classici degli anni ’70, dai Led Zeppelin ai Deep Purple – mentre in November Hotel McCready fa riecheggiare i sulfurei boleri elettrici di Jeff Beck. Artificial Red, dal canto suo, è puro blues moderno (con minimi echi di Doors). Evocativo è anche il gran finale: l’arpeggio riverberato, che ricorda un po’ quello di Release dei Pearl Jam, e il groove di sapore orientaleggiante – che  ritorna anche in altre canzoni – accentuano la mistica di All Alone, sorta di mantra cantato con voce angelica nonostante il messaggio di solitudine cosmica.

Se di Above si parla magari meno rispetto ad altri album del suo tempo, un tempo da cui pure si distaccava guardando allo stesso tempo indietro e altrove, il più delle volte è solo per involontaria noncuranza. Splendidamente anomalo e di un’intensità rara, è uno dei ricordi più belli lasciati dagli ultimi fervori grunge.

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