Recensioni

Nel panorama hip hop mainstream Macklemore è l’outsider, l’imprevisto, il «boy outta nowhere» che rifiuta le major (Jimmi Iovine) per restare padrone di sé stesso e della propria arte; «rather be a starving artist than succeed at getting fucked». Peccato (oppure no) che la fame, il buon Ben, non la stia proprio facendo (Let’s Eat), visto che The Heist è diventato nel 2012 un piccolo/grande caso, arrivando perfino a “rubare” – e il virgolettato potrebbe anche non starci – un Grammy Awards a Good Kid, m.A.A.D. City e a Yeezus. In un periodo dominato proprio da Kendrick Lamar e dai deliri di onnipotenza di Kanye West, Macklemore, che non ha né l’abilità né il talento dei due “colleghi”, si è visto quasi costretto a percorrere una via alternativa: la faccia pulita da bravo ragazzo che ogni ragazza vorrebbe presentare ai genitori e un certo garbo nel porsi, riuscendo a trattare occasionalmente temi scomodi (vedi i diritti civili in Same Love) ma con una limpidezza e una semplicità tali da non pestare mai i piedi a nessuno. Se al lato impegnato aggiungiamo anche quello più allegramente “cazzone”, con un’importante dose di autoironia che lo ha sempre accompagnato, e un burrascoso passato non troppo passato segnato da alcolismo e abuso di droghe che in qualche modo ne legittima la “trueness”, la ricetta del successo è presto servita.
La cosa che sembra premere di più al rapper di Seattle in questa seconda prova con il fido Ryan Lewis è sicuramente dimostrare al mondo come il successo non l’abbia cambiato. A tal proposito è fondamentale un parallelo tra i due pezzi di apertura dei due album firmati dal duo: Ten Thousand Hours, incipit di The Heist, era un elogio al sacrificio, al «practice makes perfect», al culo che Mack si era fatto per arrivare fin lì partendo da «the basement». «This is dedication», dice lui. Light Tunnels, la traccia che apre questo nuovo This Unruly Mess I’ve Made, è invece quasi un’apologia: vado ai Grammy, ho fatto i soldi, scippo Lamar, ma sono rimasto «the same old kid». E allora subentra l’alienazione, «I’m here but I’m barely watching the show»; non è il mio, e anche se vorrò tornarci la prossima volta, il mio mondo è un altro. «Most of the artists that I know don’t get invited to this show». Ben in fondo è rimasto il graffitaro che lavorava da Subway, come ricorda nella ronzante e a tratti fastidiosa Buckshot. Ancora uguale, forse un po’ più grande: se in Growing Up si rivolge alla figlia nascitura con speranze e consigli (a tratti un po’ pedestri: «listen to your teachers, but teach in calculus» e altre cadute simili potevamo evitarcele), al contempo dimostra di non essersi dimenticato delle proprie oscurità (St. Ides) e degli amici lasciati lungo il cammino; parliamo di Kevin, tra le tracce più importanti del lotto, dove nuovamente Macklemore si espone toccando temi politici e scomodi come il «drug abuse» domestico favorito dall’industria farmaceutica americana.
I momenti più goliardici, come la divertente Brad Pitt’s Cousin e le incursioni dancehall di Dance Off, appaiono invece – per quanto riusciti – completamente avulsi dal resto del disco. Se vogliamo infatti trovare una debolezza all’album, questa risiede proprio nella brutale dicotomia tra le due anime di Macklemore: lo scarto tra i divertissement e i “mattoni” impegnati come la monumentale invettiva antirazzista White Privilege II o la seriosa collaborazione con Chance the Rapper (al solito superlativo) nell’ottima Need to Know sembra a tratti insanabile; tanto che risulta difficile capire, in episodi come Let’s Eat, se Mack stia facendo sul serio o sia tornato a scherzare.
Al netto delle (comunque secondarie) perplessità appena evidenziate, questa seconda uscita della coppia rimane un disco di “hip pop” buono e abbastanza. In un 2016 che ha visto nuovamente tornare a brevissima distanza Kendrick Lamar (untitled unmastered), Kanye West (The Life of Pablo) e proprio la coppia Macklemore & Lewis, rimane ora da attendere il nuovo, fantasmatico, secondo album dell’anno di Yeezy per tirare le somme.
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