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Per Anthony Gonzalez, mente e anima del progetto M83, sembra che ogni album sia un ritorno al passato. Se con Junk del 2016 il salto era nelle sigle televisive degli anni Ottanta che avevano caratterizzato la sua infanzia, e nel successivo DSVII l’occhio era rivolto ai synth sci-fi a là Vangelis, in quest’ultimo lavoro, Fantasy, il comeback lo riporta al periodo del primissimo successo commerciale del progetto, a metà anni ’00.

Sono passati diciotto anni da Before the Dawn Heals Us e dodici dal successone Hurry Up, We’re Dreaming, dove Gonzalez creava paesaggi e canzoni colmi di malinconia e sensualità shoegaze attraversati da trame sintetiche figlie dell’amore per la fantascienza. Erano dischi in cui la componente vocale aveva una valenza predominante: brani come Wait o Midnight City sono entrati nell’immaginario collettivo anche (o soprattutto) grazie ai versi cantati dal frontman del progetto. O per l’amalgama di quello con atmosfere sognanti, tra synth-pop romantici e chitarrine che si calavano perfettamente nello zeitgeist musicale del periodo.

È un’operazione nostalgica quella che compie l’autore con Fantasy, album per cui dichiara apertamente di voler riprendere queste caratteristiche. Quindi approccio pop ibrido e sintetico, canzoni, cori, elevazione. Il risultato però è un disco che fatica a mostrare creatività e spunti memorabili.

Amnesia, terzo brano della scaletta, ha il giro di chitarrina, il basso e il drumming shoegaze, e la voce di Anthony che sale di ottave nel ritornello («Slipping through, my virtual magnet / Kiss the rush of me and you, automated bliss / Binding all over the touch of your hand, metal rapture / Four minutes with you»), avvolto da piogge di synth e da coralità in vocoder. Il sussulto c’è ma è fugace, proprio come accade in Sunny Boy. Us And The Rest è una ballad strappalacrime con un basso niente male e un’atmosfera cinematica e avvolgente che si perde un po’ tra mantra melodici e la solita scarica di synth aperti e spaziali (Night of gold Incoming). E il processo si ripete, con minime variazioni, in Radar Far Gone, addolcita dalla chitarra acustica, e in Laura, altra canzone con del potenziale fermatasi invece in superficie. A ravvivare il mood pensa la title track Fantasy, un numero funky disco che da solo non cambia certo il corso della scaletta.

Prodotto con i collaboratori di lunga data Justin Meldal-Johnsen e Joe Berry, il disco si salva in corner grazie a una produzione di buona fattura. Peccato che in questo voler ritornare (anche) ai fasti del 2011, Gonzalez non abbia inforcato brani in grado di lasciare davvero nel segno. E ci sta pure che il ricorso ai synth e agli 80s abbia anche un po’ stancato.

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