Recensioni

La mente di un uomo è un covo di indicibili segreti. Il corpo se ne fa raccoglitore; è una corazza, una cariatide apparentemente inespugnabile, che tiene al sicuro uno scrigno fatto di pensieri, fobie, cicatrici di un passato che ci forgia, lasciando tracce in un terreno fragile, farraginoso, pronto a crollare, se non supportato a dovere. La mente di Cooper Adams (Josh Hartnett) in Trap è una prigione costruita su misura per contenere un’essenza da tenere all’oscuro, lontano dagli occhi degli altri. È la parte mostruosa di se stessi, un microuniverso capace di evadere e segnare le vite altrui, facendole letteralmente a pezzi.
Il vigile del fuoco Cooper e la sua nemesi, il Macellaio, vivono nello stesso spazio fisico e mentale, ma a intervalli differenti. L’uno si spegne affinché l’altro possa subentrare; non coesistono, non se lo possono permettere, eppure, intrappolati tra le luci di un concerto, al ritmo di mani che applaudono, fan che scalpitano, e cantanti che si esibiscono, la loro duplice performance rischia di saltare, la loro identità a essere rivelata.
M. Night Shyamalan dopo Il sesto senso e The Village, ha abituato il proprio pubblico al plot-twist, ossia quella rivelazione finale capace di disorientare, far cadere ogni certezza, ribaltando il patto spettatoriale instaurato implicitamente e in maniera reciproca. Ci facciamo ingannare, e ci piace. Con il tempo, la sua narrazione inizia sempre più a sacrificare il colpo di scena; ormai lo spettatore è difficile da sorprendere, o da fregare: e così il regista traccia un sentiero più introspettivo e psicologico, preferendo le falle della mente, le molteplici personalità coesistenti in un solo corpo (si pensi a Split), per parlare della disgregazione della nostra società, i suoi vizi e le sue famiglie apparentemente unite, ma celanti disgregazioni e incomprensioni, se non addirittura nefasti segreti (The Visit). Con il tempo Shyamalan ha smesso, cioè, di aggrapparsi all’elemento narrativo e a disinteressarsi della corretta e perfetta grammatica cinematografica, per tracciare i segni dellatensione, aumentare i livelli di angoscia.

Il regista ha, cioè, saputo sempre più coniugare incubo e realtà, figure mentali e reali, trasformando i sogni in ombre (si pensi a Old). In Trap le inquadrature ampie, che contenevano membri di una comunità (The Village) di un nucleo famigliare (Signs), o di anime fragili alla ricerca di un’ancora di salvezza (Il sesto senso) adesso si fanno sempre più ristrette. Con primissimi piani e grandangoli capaci di distorcere il campo di visione, il regista tenta di addentrarsi nella mente compromessa del suo protagonista. Un uomo alacre, intelligente, freddo, che vede in ogni sguardo incrociato, una possibile, nuova vittima. È un gioco di montaggio, di riprese dinamiche e raccordi sincopati, Trap; non può che essere altrimenti, soprattutto per l’indole del suo protagonista, incapace tanto di far convivere le sue due essenze, quanto di condividere il medesimo spazio di azione con gli altri. Se l’inquadratura si amplia in un campo lungo è solo perché Cooper è affiancato dalla propria figlia, l’unico punto debole per un uomo gelido, cerebrale, che pensa, pianifica, ma non sente, non percepisce sensi di colpa, o rimorsi.

Non ha bisogno di plot-twist, Trap. La rivelazione del villain è immediata, non si fa attendere: tutto ciò che ne consegue è lo sfruttamento di tale sorpresa, la creazione di quella suspense hitchcockiana dove lo spettatore sa che qualcosa dovrà accadere, ma non sa cosa e quando. Shyamalan costruisce pertanto la propria opera come un meccanismo di costante produzione di angoscia: lo fa sfruttando la potenza intrinseca di inquadrature inclinate, che dal basso di un terreno infernale attirano a sé, oppure osservano, la propria creatura umana; lo fa reiterando il tema della trappola, da quella concerto organizzata per catturare Il Macellaio, a quella del bagno in cui si rifugia Lady Raven; lo fa puntando su riprese angolate, che alludono alla natura distorta, di una personalità controllata nel suo essere mefistofelica; lo fa avvalendosi di una performance come quella di Josh Hartnett, caricata nelle espressioni, esacerbata nella stimolazione di una finta gentilezza. È un’interpretazione che si adatta perfettamente alla natura ambivalente del suo personaggio, alternando attimi di pura, innocente sincerità, a scoppi di un’ira grottesca, destinata troppo spesso a sconfinare in un’eccessiva caricatura. Ma non è solo la resa attoriale di Hartnett a vivere su uno scarto dicotomico tra il“padre dell’anno” e il serial killer ricercato. L’uscita dei protagonisti da un ambiente di elezione come l’arena del concerto fattasi trappola per il predatore, è uno spartiacque anche in termini di resa del film: chiusi, intrappolati tra i corridoi affollati, e le quattro mura di un unico ambiente, i protagonisti si fanno simbolicamente prigionieri di un attimo. In questo spazio il genio di Shyamalan ha la possibilità di dare il meglio di sé, amplificando il senso di claustrofobico terrore per l’incombere di un pericolo imminente. Ma una volta che gli occhi di Cooper incontrano quelli della cantante Lady Raven (interpretata da Saletta Shyamalan, figlia del regista) qualcosa si spezza, l’incantesimo si rompe, e la forza dell’ansia si indebolisce. Gli ambienti si aprono, la caccia si sposta lungo le arterie cittadine, venendo così meno quella trappola simbolica a cui allude lo stesso titolo.
Ciononostante, in maniera quasi inversamente proporzionale, più il thriller psicologico si raffredda, e la tensione si allenta, più Trap rivela la sua duplice natura: come il suo protagonista che sotto la superficie epidermica nasconde lo spirito di un istinto omicida, così il film rivela una seconda essenza, celata sotto la superficie del genere thriller: quella di un saggio sulla paternità nell’epoca contemporanea. Persi nella profondità degli schermi, assuefatti da quella bulimica fame di registrare ogni evento vissuto, con Trap la figura paterna si fa prestavoce di un rapporto genitoriale sempre più superficiale, dove tutto è vero solo se visibile, mentre il resto viene ignorato, gli indizi passano sottotono, lasciando ai mostri la possibilità di insidiarsi nell’ordinarietà dei buoni e degli ingenui.

Non vede più la gente morta, la cinepresa di Shyamalan: vede una società incapace di osservare e decodificare la realtà, se non attraverso lo schermo di un cellulare. Vede i mostri muoversi con nonchalance tra la folla, liberandosi dalle trappole, scappando con furbizia solo perché non visti, non compresi, non riconosciuti come tali perché nascosti sotto la corazza esterna di perfezione e ambivalente bontà. Vede noi tutti intrappolati, proprio come il Macellaio, nello spazio di uno schermo.
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