Recensioni

Presentato come il suo ultimo album, nonché sesto in discografia, The Afterparty conferma la peculiarità di Lykke Li nel panorama alt-pop. Meno dimesso del precedente EYEYE del 2022, questo probabile epitaffio della singer-songwriter svedese, registrato a Stoccolma con un’orchestra di diciassette elementi mai sovra-utilizzata, con gli archi in evidenza, e con un vasto team produttivo che mette assieme tra gli altri il fido Björn Yttling (Peter Bjorn and John), Dave Sitek (TV On The Radio) e Jacob Olofsson (Jarami), lascia il segno in appena venticinque minuti scarsi di durata: una capacità di messa a fuoco encomiabile, specie se rapportata a smanie di grandezza fuori luogo di tanti colleghi e tante colleghe.
Enigmatica nell’abbinare la drammatica decadenza del titolo – quasi una chiusura del sipario dichiarata dopo i tanti successi – e gli smile creepy disegnati a pennarello sul volto dell’artista in copertina, così come nello sposare algido minimalismo elettronico e il calore di una voce prossima all’R&B, pervasa da bongo definiti apocalittici, la scaletta mette in fila nove episodi estremamente scorrevoli, nonostante si raffrontino con gli aspetti più cupi e degradanti dell’essere umano, quali il bisogno di vendetta, la vergogna e la disperazione, proprio tutti quegli aspetti tenuti ben nascosti nell’era delle competitive performance social. Mentre Lykke Li si mostra nella sua vulnerabilità, tra ricorrente darkness, lacrime sul dancefloor, sigarette, alcol e dipendenze emotive.
Dall’inizio trionfale di Not Gon Try alla forza spirituale vagamente alla Like A Prayer di Happy Now, dall’eleganza di una Lucky Again che campiona Max Richter al piano melò della comunque sia autoironica Famous Last Words e alle sperimentazioni electro-soul dell’intermezzo Future Fear («I love you, I don’t trust anyone / I’m going to a dark place, do you need anything?»), dall’intimismo dolceamaro della ballad So Happy I Could Die alla melodia battente di Sick Of Love, dal piglio rock di una Knife In The Heart dal ritornello magari troppo da arena – nonostante tra un «You-ooh-hoo, you-ooh-hoo-ooh-hoo» e l’altro si canti per l’appunto «This life, this life is a knife in the heart»… – all’accorata chiusura sostanzialmente chitarra-voce di Euphoria, per un soffio di sollievo alla larga dalla retorica: ogni passo funziona senza scendere a facili compromessi. Forse il suo miglior lavoro dai tempi di quel Wounded Rhymes del 2011 che includeva l’ormai classicissima I Follow Rivers. Quindi sorridiamo, ma la faccina è un po’ triste. Ci mancherà.
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