Recensioni

Riff e basso corposi, hard-blues melmoso, con tutti i crismi, e Lydia Lunch/Lydia Koch a nome Big Sexy Noise. Ciò che è, e che vive per quello che non è più, con una supposta urgenza creativa che discende dall’uso del codice più emblematico del suono rock – e della parabola attempata e consumata. Troppa carne che brucia per usare indifferenza nei confronti di Big Sexy Noise: tra l’approccio che lascia correre e quello che non lascia passare, scegliamo di prendere la seconda posizione.
Certo, ci sarebbe anche l’esaltazione, come atteggiamento possibile, un inchino al mito e alla diva, e al suo sistema che, invecchiando, non può che propendere per il vecchio linguaggio del grasso rock and roll, fuori da ogni avanguardia e da ogni invenzione, dentro al codice, appunto. E così si finirebbe per giustificare il sax che punteggia, messo così, come puro ornamento/memorandum, un automatismo arretrato, che vede una beniamina citarsi in qualche modo addosso (e, nello specifico, Terry Edwards non poter fare altro che mimare James Chance), cedere alle ovvietà d’antan.
Sarebbero bastati un paio di numeri come Bad For Bobby, per tornare sopra, e classificare il tutto come un tradizionalismo fatto bene, sostenuto dalla raucedine declamata di Lydia, che però, nel giro di una tornata di ascolto, diventa sempre più il piedistallo che o si magnifica o si finisce per digerire poco. Una voce che invece, crediamo, dia il suo meglio quando “canta”, più iguanesca dell’iguana, in un pezzo ultra Stooges-iano e davvero ardente (Your Love Don’t Pay My Rent), dove finalmente si sentono – come nella finale Doughboy – i Gallon Drunk, presenti al completo ad accompagnare la Lunch. Momento esaltante epperò, purtroppo, isolato.
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