Recensioni

È ormai evidente come una certa tipologia di canzone indie italiana sia fin troppo legata a un’attualità sempre più contingente. Un meccanismo pericoloso, perché se da un lato testi che parlano di “facebook”, “twitter”, “hipster” o di qualsiasi altro riferimento a un consumismo tematico contemporaneo e condiviso favoriscono un’identificazione immediata, dall’altro sminuiscono il prodotto discografico inteso come opera d’arte facendolo invecchiare a velocità supersonica. Nel magma di produzioni che latita in questo limbo culturale esistono però alcune eccezioni, come il terzo disco dei Luminal.
Amatoriale Italia ha tutto l’aspetto di un patto col Diavolo: farsi contaminare volontariamente da quel mondo e dall’orrore del quotidiano, per abbracciare una catarsi che possa portare oltre. Il messaggio è ridotto ai minimi termini: post-punk imbarbarito, apparentemente disinteressato al valore artistico o alla cura formale, claustrofobico quanto può esserlo l’universo da cui trae linfa. Uno sputo sul marciapiede che non lascia margine alla bellezza e che diventa uno sfogo incasinato e senza filtri. Basso distorto e violento, batteria e voci che vomitano testi sconnessi, rabbia di frustrazione.
Abbiamo detto che la regola cui si accennava inizialmente non vale per i Luminal ed è vero. Soprattutto perché la band romana ha dimostrato di saper scrivere certe canzoni “nobili” già ai tempi di Canzoni di tattica e disciplina. Qui Carlo Martinelli, Alessandra Perna e Alessandro Commisso (gli unici rimasti in formazione) sospendono (si fa per dire) il giudizio, si sporcano le mani con qualcosa che non è materia loro e se ne escono con un album intransigente, alieno, imperfetto. Una sorta di finzione letteraria, di saggio neorealista oltraggioso e aggiornato all’Anno Domini 2013.
Vanno letti in quest’ottica brani come C’è vita oltre Rockit, Blues maiuscolo del maniaco su Facebook, Stella era una ballerina e stava sempre giù, Giovane musicista italiano vecchio italiano, Carlo vs il giovane hipster: universi personali che collidono con una socialità “internettara” ostentata, accogliente solo in apparenza, per poi cortocircuitare con una realtà ancor più terrificante. A titolo d’esempio, la violenza carnale di Una casa in campagna, ma anche il punk tesissimo di Lele Mora o un’iniziale Donne (du du du) che altro non è se non un elenco di starlette e personaggi pubblici femminili di discutibile valore.
Non si tratta della solita critica sociale un po’ fine a se stessa. Semmai di uno sguardo dal ciglio del precipizio, prima di lanciarsi nel vuoto. Tra riferimenti CCCP (Dio ha ancora molto in Serbia per me) e barlumi Massimo Volume (L’aquila reale), ci si perde nei toni disturbanti di un Amatoriale Italia lontano dalla poesia ma che è anche materia da interpretare. Lo si veda come un’opera ingenua, furba o – e noi rientriamo in questa categoria – come un confrontarsi con il cinismo opportunista oggi imperante, non si potrà comunque approcciarlo senza riflettere. Che l’obiettivo dei Luminal fosse proprio questo?
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