Recensioni
Sempre in prima fila nel missare ondulazione dance e IDM, Luke Vibert, il ragazzo gentile dell’elettronica albionica, è uno dei figli più emblematici della mentalità mescolona e scazzona dei Novanta. È da circa un lustro che i suoi album si caratterizzano per un’alternanza di acid track chicagoane (Phuture, Trax Records) e un indietronica made in Planet Mu, Ninja Tune, Warp e Rephlex, come è nota la zampata nella serie di 12’’ Analord a firma AFX che prendevano il titolo proprio da una canzone dell’album Lover’s Acid.
Chicago Detroit Redruth è meno acid di quest’ultimo e probabilmente più vicino a Yoseph (che tuttavia gli rimane superiore), ma sostanzialmente le coordinate sono date: ballo di testa e ballo di piedi, citazioni old skool e trame tastieristiche stile On (Aphex Twin) e Lunatic Harness (Mu-Ziq). Il percorso del resto, è quello di molti reduci dei Novanta: fermata una griglia di stilemi, il lavoro si concentra sui dettagli e sulla cifra stilistica acquisita dove senz’altro non manca l’estro e la timidezza, il sorriso e la zampata naïf di cui il nostro è capace.
Corrosiva Argument Fly (per Roland radioattiva e ribollente), languido l’interludio jazzy alla Mu-Ziq di Rotting Flesh Bags, come efficaci le citazioni cantieristiche-analogiche à la Richard D. James in Clikilik. D’altro canto non mancano le ideuzze abusate come il robot parlante di Breakbeat Metal Music, oppure i campionamenti sci-fi di God.
La classe però punge ancora in una scintillante Comphex (acid, lirismi ambient e disco-funk mescolati con leggerezza) o nel caleidoscopio Swet (jazz, house, psych, electro, exotica alla Ninja Tune) con tanto di finalone ironico di un cantante lirico. Un Vibert sempre godibile ma un po’ ripetitivo.
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