Recensioni

“Fin dall’inizio tutto sta finendo”: con queste emblematiche parole si apre l’atto conclusivo della tetralogia pop-grammatica di Alessio Luise aka Luisenzaltro, se non il capitolo più brillante senz’altro quello più equilibrato, nel quale cioè l’aspetto sonoro trova compimento (in varietà e intensità) a livello della formidabile giocoleria dei testi. Di base è pur sempre un caleidoscopio letterario azionato da un automa nostalgico del sound 80s con la missione di destrutturare i simulacri di senso appesi alle formule verbali quotidiane.
Sembra spesso, insomma, di assistere ad uno stordente mashup tra Alessandro Bergonzoni e i Bluvertigo, se mi passate l’approssimazione, ma l’approccio synth wave stavolta espande il raggio d’azione dall’arguzia robotica all’atmosferico inquieto, concedendosi soul a cuore bigio (la pena d’amore sminuzzata di Piccoli esercizi di schiettezza) e pungoli funky col virus new romantic (la titile track, Annullato), passando dalle brume industrial di La mia strada (la mia astratta). In Passeggero sembra persino di avvertire l’influenza dei primi PGR, dove la solennità ferrettiana è graziaddio stiepidita in un crogiolo di giravolte ironiche, mentre Non c’è laccio che non stringa abbozza addirittura uno pseudo hip-hop che straccia di diverse lunghezze il chiacchierume poseur dei tanti troppi ragazzini neo-rapper (ma invero non ci voleva molto).
Al solito si esce dall’ascolto col rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere con una produzione più robusta, ma è vero che in questa dimensione DIY l’estro di Luise sembra sguazzare nel proprio elemento, libero anche di inciampare in passaggi meno ispirati (Cagnolina) ma che ti regalano comunque quel po’ di foga di pancia di cui magari c’era bisogno.
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