Recensioni

Primo passo verso la pubblicazione dell’opera completa prevista, pare, per l’anno appena iniziato, questo cofanetto curato dal direttore del Club Tenco Enrico De Angelis approfondisce il canzoniere di Luigi Tenco in due direzioni temporali. Al passato nel primo dei due cd, che recupera inediti, rarità e versioni alternative contestualizzandole nel libretto con debite note a margine; e al futuro nel secondo disco che raccoglie diciassette reinterpretazioni ad opera di colleghi, tutte riprese dalle varie edizioni del Premio sanremese e in particolare in quella del 2007, interamente dedicata al cantautore piemontese.
Facile di fronte a operazioni del genere storcere il naso, sia per il carattere un po’ feticista della pubblicazione, sia perché l’effetto raschio del barile è sempre in agguato. In verità questo Luigi Tenco, inediti brilla soprattutto per l’accuratezza con cui De Angelis compila le proprie annotazioni a completare tracce non sempre perfette sotto il profilo della registrazione e dell’esecuzione, che però rilasciano qualche buona tensione in episodi sparsi tra i due dischi.
Nel primo cd i tre inediti non sono capolavori ma confermano la qualità di una scrittura sempre all’altezza (vedasi una Se tieni una stella cantata appositamente da Massimo Ranieri), capace di spunti positivi sullo spartito (lo strumentale No, no, no riversato in sensuale ipnosi pianistica da Stefano Bollani) ed interessante quando si misura con classici da tradurre (una Vola colomba che Tenco riscrive come Darling Remerber e Morgan esegue facendo sperare in un’insperabile versione di Marc Almond); il resto delle tracce invece gioca su variazioni spesso non così fondamentali se non per testimoniare l’importante lavoro di riscrittura e ripensamento che Tenco conduceva sulle sue creazioni o per riportare in luce qualche meritoria riscrittura estera (Un giorno dopo l’altro in francese e in inglese, quest’ultima cantata da Perry Como). Tuttavia in corso di tracklist ci scappano almeno due perle come Padroni della terra (prima versione in italiano di Le déserteur di Boris Vian, Fossati venne molto dopo) e una Vedrai, vedrai in pianovoce che taglia le gambe per intensità; mentre in fondo due tracce del Settetto Moderno Genovese (anno 1957, Tenco al sax) accennano alle origini jazzistiche del cantautore e un’intervista di Sandro Ciotti – dove Tenco risponde risoluto a qualsiasi tipo di domanda, compresa una sull’eventuale imbarazzo nel portare un cognome che rima con quello di… Nico Fidenco – regala inattesi momenti di comicità involontaria.
Del tutto differente, come già anticipato, il secondo disco. Tanti gli artisti coinvolti (Roberto Vecchioni, Simone Cristicchi, Ardecore, Skiantos e via dicendo), e tutti alla fine la sfangano, magari con qualche debito di suoni invecchiati male (vedi Alice in Se sapessi come fai), ma in pochi riescono a portare a casa versioni di brani tenchiani realmente memorabili. A parere di chi scrive un applauso convinto va a Vinicio Capossela, che nel 1999 aprendo il Premio convertì Lontano, lontano alla meccanica patafisica della sua manovella senza strozzarne lo spirito, e ad Eugenio Finardi che in altra apertura, anno 1994, se la giocò tutta d’anima e vinse.
Ispezionata dunque l’opera laterale, non resta ora che da attendere la pubblicazione dell’opera completa, la quale non riserverà meno sorprese e meno (appassionata) precisione di questo cofanetto ottimo per fedeli con istinti da collezionisti ma anche per ascoltatori attenti e desiderosi di approfondire.
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