Recensioni

7.3

Dopo un esordio di tutto rispetto con Wildewoman, i Lucius riconfermano le buone impressioni e si superano con Good Grief, un album dal titolo dicotomico che sintetizza nel suo significato le diverse anime della band americana: quella delle dolci ed emotive voci femminili di Jess Wolfe e Holly Laessig, ma anche dell’energico pop orecchiabile, costruito artisticamente in maniera elegante. Le intenzioni della band vengono affiancate da un’ottima produzione che affina il lavoro dei cinque talentuosi newyorkesi: Shawn Everett (che ha preso parte a progetti di Weezer e di Alabama Shakes), Bob Ezrin (Alice Cooper, Kiss, Pink Floyd), il tutto mixato da Tom Elmhirst, che vanta lavori con Adele e Beck. In questi due anni, inoltre, i Nostri hanno avuto occasioni importanti di collaborazione live, come quella con David Byrne o con Tweedy dei Wilco al Newport Folk Festival.

Le premesse sono già di per sé un buon bagaglio per avvicinarci positivamente al disco. Oltre a questo, c’è anche la particolarità del loro stile musicale: a differenza di altri recuperi degli Ottanta, di quella retromania di cui tanto si parla ultimamente (vedi il saggio di Simon Reynolds, ma anche l’introduzione a cura di Vittore Baroni di Frankenstein Goes To Holocaust di Balli, tanto per guardare anche in casa nostra), la ripresa del passato da parte dei Lucius ha un che di fresco e di abbastanza inusuale. I musicisti recuperano vari generi, anche molto diversi tra loro: dai Mod anni Sessanta, all’electro-pop anni Ottanta, e perché no, anche sprazzi di disco anni Settanta (in Truce, ad esempio), assorbendo, rielaborando e facendo propri gli aspetti più riconoscibili dei singoli generi (i sintetizzatori, il twist, il funky) e immergendo tutto in un pop attualissimo che si potrebbe confrontare tranquillamente con l’ultima Taylor Swift di 1989. Un eclettismo ben studiato e coerente anche a livello estetico: le due cantanti, sempre vestite e pettinate nello stesso modo, fanno sfoggio di un look studiato nei minimi dettagli, dai colori accesi e carichi della Pop-Art all’Optical Art rivisitata, o magari nelle giacche anni Ottanta indossate su pettinature geometriche sixties, come geometriche sono le istallazioni di alcuni loro video – in particolare in Something About You, con punte di surrealismo alla Dalì.

Si lascia quindi da parte un po’ quel folk del primo album (riascoltiamo Two of Us on the Run, Until We Get There, Wildewoman), di cui rimangono residui soltanto in Dusty Trails. Per il resto ci si dedica al pop pulito e di qualità, proponendo soluzioni melodiche notevoli e bridge che creano attesa e suspense, per poi esplodere in ritornelli che ti agganciano brutalmente. È il caso dei brani Almost Makes Me Wish For Rain, What We Have (To Change) o Born Again Teen – secondo video realizzato, in linea con lo stile di alcuni videoclip pop (Taylor Swift o Meghan Trainor, e perché no Katy Perry), scenette assurde e divertenti dipinte con colori intensi. Oltre ad essere dicotomici nella musica (oscillante tra passato e presente) i Nostri lo sono anche nell’esecuzione: da un coro enfatizzato e da energici passaggi si passa alla calma e alla tranquillità di alcuni momenti, come la strofa di Madness o la romantica My Heart Got Caught On Your Sleeve. Ma è con Gone Insane che i Lucius danno il meglio di sé, in un crescendo vocale emotivamente partecipato che chiude con un finale che sembra cantato davvero da qualcuno rinchiuso in un manicomio, concretizzando quel “diventare pazzo” del titolo.

I Lucius, il cui unico problema potrebbe essere “soltanto” il nome (veramente) poco cool, hanno però un appeal e un sound singolare. Il loro eclettismo li fa uscire dalla semplice ripresa della musica passata, per entrare in tutto e per tutto nella rielaborazione dei tempi che furono in una chiave ipermoderna.

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