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7.3

Il suono è quello di una band che ha approfittato del primo studio libero sulla statale per sfogare rabbia e amarezza. Pochi calcoli, amplificatori accesi, live in studio e via andare. Certo, parliamo di una band navigata, col blues sulla pelle e il country nel DNA, chitarre, basso, batteria, l’organo e una voce, quella voce che sceglie dal mazzo le carte più scomode e non ci pensa un attimo a sbatterle sul piatto. A guidarla è Lucinda Williams, sessantasette anni di cui molti ormai passati a incarnare il ruolo non semplice di voce scomoda, intenzionata a raccontare il subbuglio profondo degli States in diretta dal versante più tradizionale, con l’angolazione spigolosa di chi prende atto delle regole ma non ha alcuna intenzione di farsi sottomettere. Una doppia frequenza poetica che mi colpì – non fui certo il solo – già oltre venti anni fa in Car Wheels On A Gravel Road, il suo quinto album, responsabile della fama (relativa) della Williams anche dalle nostre parti grazie a una dimensione alt country che non aveva bisogno di essere troppo “alt” per scomodare il lato scuro del front porch. Anzi, proprio l’evidente matrice tradizionale rendeva abrasiva l’irrequietezza di quelle canzoni, come vampe di consapevolezza che prendevano vita tra gli ingranaggi di un quotidiano rurale e periferico, canzoni come fantasmi negli specchi, come lividi nascosti sotto la flanella e crepe nella luce immutabile degli sguardi.

Sette album più tardi – non tutti a quel livello però mai al di sotto della linea del buono – di cui gli ultimi due pubblicati per la propria etichetta Highway 20 (la signora non ama troppo che le si dica come, cosa e quando deve fare), arriva questo Good Souls Better Angels che segna a suo modo una svolta, uno strappo. La vena blues rock si è gonfiata e ispessita fino al punto di rottura, corrugando le fattezze di un sound mai tanto abrasivo e disposto a rimestare nel torbido (senza perdere la tenerezza né il calore). Viene in mente il Tom Petty problematico e granuloso tra Wildflowers e Echo, uno Springsteen che ha stanato lo spettro di Tom Joad nella bettola in fondo alla strada buia, certo Neil Young sbrigativo degli ultimi anni, persino il Lou Reed che resuscitava l’animale rock nei primi Novanta. Nomi ingombranti, certo, rispetto ai quali Lucinda si muove a testa alta, con un linguaggio non certo originale eppure proprio, a partire dal timbro assieme spavaldo e stropicciato.

Le dodici canzoni in scaletta possiedono un’impronta ben riconoscibile, giri di blues granulosi e digressioni folk-blues incupite, il taglio arrugginito dalle molte ferite scoperte, tra catastrofi pubbliche e drammi privati: se in Man Without A Soul e Bone Of Contentions è palpabile il senso di invettiva contro il maschio alpha che siede sul trono di Washington, la opening You Can’t Rule Me e la quasi rappata Wakin’ Up affondano il coltello nella piaga del sopruso sessista (che la Williams ha subito sulla propria pelle), mentre Bad News Blues fa i conti con il senso di sopraffazione di fronte al propagarsi del male tra massimi e minimi sistemi. Non può mancare una forte componente religiosa, elaborata con tutta la problematicità del caso, soprattutto in Big Rotator (sconcerto di fronte all’indifferenza di Dio nei confronti delle flagranti ingiustizie erette a sistema) e Pray The Devil Back To Hell (dove il tormento si sposta nell’intimo, non certo meno conflittuale), mentre When The Way Gets Dark e la conclusiva Good Souls cercano di chiamare a raccolta le speranze residue in forma di preghiera.

Forse i momenti più intensi sono la fosca Big Black Train, col suo incedere pastoso attorno al tema della depressione, e quella Shadows And Doubts che riflette con disarmante franchezza (“You cut off your friends/When you get too high/And now the press/Has found you out”) sul triste episodio che ha visto protagonista l’amico Ryan Adams.

Lucinda Williams mette a segno quindi il tipico album del colpo di coda o, se preferite, della tarda maturità. In Good Souls Better Angels utilizza la sua ben nota cassetta degli attrezzi ma con urgenza rinnovata e sacrosanta mancanza di riguardo, tanto da permetterle di oltrepassare qualche limite formale e recuperare il polso del presente con un’efficacia niente affatto scontata. Parlare di autenticità in ambito rock è spesso un esercizio ozioso e intimamente scorretto, ma se mai il rock ha saputo rappresentare l’autenticità (un’autentica necessità espressiva) è in casi come questo che ci è andato vicino.

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