Recensioni

In Caro il mio Francesco, forse non a caso traccia centrale del suo ultimo lavoro, Luciano Ligabue si rivolge al collega Francesco Guccini, confezionando una sorta di lettera aperta pendant alla celebre L'avvelenata. Per l'occasione, si toglie da stomaco, cuore e scarpe un po' di sassolini, di quelli che – a sentir lui – gli provocano angosce notturne da diluire con un quanto mai gucciniano bicchiere di vino. Nel mirino c'è l'ambiente del rock e quel che gli ruota intorno, una cricca ipocrita e superficiale, opportunista e cialtrona. E' un pezzo di una franchezza quasi imbarazzante.
Ma perché tanta angoscia? Da chi si sente tradito il buon Luciano? Tra le altre cose, s'intuisce che non gli va giù l'atteggiamento della critica più propriamente "rock", da un bel pezzo a questa parte maldisposta o indifferente rispetto alla sua musica. I tappeti rossi srotolati regolarmente dai media più diffusi non bastano a consolarlo, perché il Liga ci tiene alla cosa, sente di farne parte, si sente ancora – romanticamente – rocker. D'altro canto il pezzo di cui sopra, per il tono e per il fatto di tirare in causa proprio L'avvelenata, rivela sempre più scoperte propensioni cantautorali.
Ok, veniamo al punto: a venti anni esatti dall'esordio, Ligabue è uno strano ibrido di successo, in redditizio equilibrio tra estro rock residuo (mainstream con guarnizioni alternative), accomodamenti popular e ambizioni di profondità. Da qualche parte tra Bruce Springsteen, Dinosaur Jr (volendo scialare) e 883. Tra Sorrisiecanzoni, la Repubblica e Mucchio Selvaggio. Il nono album Arrivederci, mostro! allarga queste forchette poetiche e formali alternando scossoni rock (forse mai tanto turgidi), melodie carezzevoli e disamine in forma di ballata, ferma restando la consueta calligrafia a base di vocalizzi impastati ed estesi, quelli che fecero, fanno e faranno la gioia ed il conforto dei fan. A tal proposito, veniamo al problema: il Liga sembra rivolgersi solo a loro, li blandisce con prevedibili variazioni sui temi arcinoti e giusto qualche escursione fuori standard (il basso quasi trip-hop in La verità è una scelta, il divertissement pseudo-Abba di Un colpo all'anima, l'errebì sbracato di Taca Banda…). Quasi che col tempo – nel tempo – si fosse calato e infine identificato nella parte di uno zio che tante ne ha viste, tante ha da dirne e graziaddio ha un bel po' di nipoti cui raccontarle. E su cui contare.
Ce ne passa dal Ligabue che debuttava trentenne con un piglio da "ora ve lo do io, il rock", urlando al cielo un campionario di storie e personaggi maturato tra bar, celluloide, lambrusco, circoli Arci e via emilia western. Entusiasta e volitivo fino alla sbruffonaggine, rappresentò un festoso scossone elettrico al fronte pop-rock d'Italia, la rivalsa della provincia con le radici irrequiete e lo sguardo lungo un oceano. Intendiamoci, musica pur sempre provinciale ma fiera di esserlo e con ragione, scafatasi aggirando i bolsi codici metropolitani, sfigata sì ma consapevole, il sussulto impettito che sbotta: noi siamo quelli che non ci caschiamo. Invece, ahinoi, lo splendido cinquantenne d'oggi c'è cascato, scambia troppe volte il rock con se stesso, s'impantana sulla linea sottile che divide il punto di vista dall'autoreferenzialità, con l'aggravio di certi azzardi d'autore che non può permettersi.
E' ancora in grado, quando va bene, di dribblare la retorica grazie a qualche guizzo d'ingegno (come in La linea sottile e La verità è una scelta), ma con sempre maggiore fatica. E' invece emblematico come fallisca il bersaglio in Quando mi vieni a prendere, cavando sentimentalismo appiccicoso da una vicenda simile a quella che ispirò l'anthem Jeremy ai Pearl Jam (il paragone, lo so, è abbastanza impietoso). Il resto, spiace dirlo, è mestiere con una bella produzione.
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