Recensioni

7.7

Per certi versi affine all’osannato lavoro dell’americano Colin Stetson New History Warfare, Interstizio di Luca Venitucci non solo sembra possederne lo spirito avanguardistico, iconoclasta e di rottura, ma addirittura ne supera in “weirdness” la dimensione di ricerca. Un po’ alla maniera del Bill Orcutt in solo apprezzato negli ultimi lavori A New Way To Pay Old Debts e How The Things Sings, con gli ovvi distinguo legati alle diverse provenienze e background, il musicista italiano già Ossatura, Ardecore e quant’altro, porta allo stremo il proprio strumento.

In questo caso, uno strumento molto poco “rock” come può essere la fisarmonica, viene da Venitucci trasfigurato in una dimensione di alterità radicale. È un mondo sonoro totalmente altro quello che fuoriesce dai tasti dello strumento. Dotato di una sensibilità interiore notevole e di capacità di sintesi tra mondi in apparenza lontani, lo sperimentalismo più avant e la tradizione che diremmo folk, Venitucci inanella una serie di piccoli gioielli che spaziano tra circensi malinconie Felliniane passate al setaccio dalla Amelie di Tiersen (La Ruota) a struggenti evoluzioni quasi noisy (Rivolo), revisioni “tanguere” (Bramborak) e percussivismo materico virato ancestralità (Bite), distensioni ambient-avanguardistiche estatiche e quasi droning (Primo Barlume, Sups And Silence) e malinconie da ballo alla festa di paese (Frottoir) e molto altro ancora. Perché il senso profondo di Interstizio è proprio in ciò che indica il suo titolo. Spazio tra canoni, impercettibile ai più ma evidente e coeso. Luogo minimo di separazione tra universi, tra corpi e sensibilità, tra un fuori evidente e un dentro indefinibile. Tra linguaggi comuni e intelligibili e applicazione trasfigurata dall'interiorità di ognuno. È folk, è tradizione, è mutamento. Chapeau.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette