Recensioni

Luca D’Ambrosio, giornalista musicale, autore del volume La musica per me (Arcana) nonché fondatore del blog Musicletter.it, racconta nell’introduzione di questo suo nuovo libro d’essere rimasto folgorato da un’intuizione improvvisa. Un’intuizione semplice, e proprio per questo sconvolgente: i migranti, questo tema politico, questo fattore statistico, questa presenza marginale, oscura, fastidiosa o minacciosa secondo i casi (o i punti di vista), sono portatori (sani) di attività emotiva, complessa e stratificata, radicata e sfaccettata. In altre parole: amano la musica. Un amore che li accompagna nel loro cammino verso un’esistenza migliore, o almeno più sopportabile. Il passo successivo è comprendere che l’immigrazione è, comunque la si voglia vedere, un incontro: tra esseri umani, certo, quindi anche tra dimensioni culturali. La nostra angolazione nei confronti di questo incontro sarà cruciale, individualmente e collettivamente, per i tempi che verranno.
Musica migrante inizia quindi con un viaggio tra gli immigrati nel nostro Paese, giovanissimi e adulti, madri e figli. I più si rivelano riluttanti a raccontare quello che si sono lasciati alle spalle, ma tutti vengono colti da una specie d’illuminazione – assieme a un senso di sorpresa – quando invitati a riferire le proprie predilezioni musicali. I nomi dei musicisti amati, alcuni abbastanza noti, altri del tutto inauditi e quasi introvabili sulla altrimenti onnisciente Rete, diventano segni sulla mappa, ipotesi di traiettorie da ripercorrere all’indietro. Questa prima parte coincide quindi con una specie di collasso tra l’altrove e il quotidiano, un “qui e ora” che semplicemente non si può ignorare: c’è, ed è ricco e vivo come la musica sa essere, quindi destinato a cambiare i parametri, le coordinate di ciò che ascoltiamo. Non lo farà: lo sta già facendo.
Aperta questa “breccia emotiva”, il resto del saggio procede con una struttura più “manualistica”: vengono passati in rassegna strumenti e generi (descritti con approccio documentaristico che lascia opportunamente spazio alla leggenda), non manca un excursus storico né un’antologia dei principali protagonisti (da Fela Kuti a Cesària Èvora passando da Khaled, Yossou N’Dour e Miriam Makeba tra gli altri), quindi si conclude dando spazio a prospettive e ipotesi dettate dal presente, con particolare riferimento alla situazione italiana. Del resto, i casi di Ghali e Mahmood – due tra i fenomeni più visibili di un fenomeno comprensibilmente già vasto – dimostrano con chiarezza quanto la realtà non sia disposta ad aspettare la nostra disponibilità a comprenderla e ad accettarla.
Un libro necessario che si legge d’un fiato, impreziosito dalle prefazioni di Angélique Kidjo e Valerio Corzani.
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