Recensioni
C’è questo disco, per il quale ho provato fastidio, tedio, indifferenza e infine amore viscerale. C’è l’occasione di rispolverarlo dallo scaffale delle cose sacre, di farlo scendere tra noi mortali affinché cammini di nuovo, le giunture anchilosate ma la polpa pulsante e viva. C’è, soprattutto, un uomo-icona che ha scavallato di gran carriera la mezza età portandosi in fondo al cuore un vecchio sogno mai soddisfatto. Oggi che non esistono più impedimenti (“avevo un po’ di tempo libero“, ha dichiarato), la spina nel fianco è tornata a farsi sentire. Tanto vale togliersela, no? E passi se, estinta l’urgenza delle circostanze, mutati i contorni e le prospettive, quel sogno rischia oggi di somigliare ad un capriccio senile.
Ma Lou Reed, che non è certo uno sprovveduto, sa bene il prima e il dopo, origini e conseguenze di ciò che affronta e propone. Accolta quindi l’inevitabilità della messinscena, ha incaricato lo scenografo e regista Julian Schnabel di enfatizzarne l’impatto: in alto a sinistra stanno i fanciulli del New London Children’s Choir angelicati da una tunichetta celeste, stesso colore per giacche e pantaloni della London Metropolitan Orchestra (archi e fiati) all’angolo opposto, in prima fila ai lati del palco troviamo la rossofiammeggiante Katie Krykant (corista jazz-gospel) da una parte e le tastiere del biondo Rupert Christie dall’altra. In mezzo a questa quadratura “pittorica”, sovrastata da una scenografia che accenna la barocca decadenza di un interno berlinese (su cui viene proiettata una pellicola di fin troppo patinata degradazione, protagonista la sempre gustosa Emmanuelle Seigner), agisce la band: i due bassi trattati (fin troppo) di Saunders e Wasserman, la tonitruante batteria di Tony “tempesta” Smith, l’ipercinetica sei corde di Steve Hunter (chitarrista per il Berlin originale) e naturalmente lui, l’Uomo-Lou, affabile e giulivo come non mai, rock’n’roll animal versione pelouche, sbruffoncello nelle pose, buffescamente dispotico nel dirigere gli amici-sottoposti, generoso negli assolo al punto di farti temere conseguenze alle coronarie (le sue, soprattutto).
E poi c’è Berlin, già. Ci sarebbe da dire della musica, di quel disco ripercorso dalla prima all’ultima nota, dilatato, centellinato, posterizzato, enfatizzato, idealizzato, incendiato, spedito nel paradiso delle nemesi tardive. Ne esce una sorta di torbido e squillante post-glam glassato spiritual, l’eccesso sempre lì ad un passo, vuoi per quei cori al limite del surreale o per quei bassi leziosi o per gli squilli e gli sbuffi della brass orchestra. Quanto alla verve rockettara, macina una grana fin troppo grossa, divertente e divertita fino al pacchiano, non proprio attagliata al mood dell’opera.
Ma va bene così, perché ecco, ecco, ecco il punto: l’opera non c’è. Questo è un happening, una rivalsa festosa e – certo – senile di un capolavoro bistrattato. Che rimane sullo scaffale a significare le stesse (meravigliose, struggenti) cose di sempre, solo col petto un po’ più gonfio perché qualcuno nel frattempo si è accorto che. Perciò il momento più significativo e commovente a parere del sottoscritto è l’entrata in scena del produttore del disco e di questo spettacolo, Bob Ezrin, quei baci e gli abbracci con Lou, hey man, visto che ce l’abbiamo fatta? Infine, c’è il suggello dei tre garruli bis – Sweet Jane, Satellite Of Love e Walk On The Wild Side – come il doveroso omaggio di tre immarcescibili cavalli di battaglia ad un compagno di scorribande tornato in auge.
Amazon
