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7.5

Non è chiaro dalle note stampa se l’organo a canne dell’800 dell’Old Museum di Brisbane, che costituisce l’architrave di questo disco, sia lo stesso usato per Lassitude e parte della precedente discografia di Lawrence English, ma l’impressione finale è che sia proprio lo stesso suono, sia pure reimmaginato e riprocessato come non mai, in questa attesa collaborazione tra le due archistar dell’ambient music contemporanea.

Colours of Air ha il merito di allontanarsi dalla rigidità accademica che di norma contraddistingue i lavori più minimalisti dell’organ sound, vedasi il sacrificial code di Kali Malone o le antiphonals di Sarah Davachi, ma anche i primi lavori dello stesso Lawrence English. Il merito principale probabilmente va ascritto a Loscil e al modo in cui ha sempre lavorato per disegnare una nuova geometria tridimensionale basata sui presupposti del pop ambient e su quelli che i due chiamano rich sources. 

Dei due, quello più propenso all’interscambio culturale e alla collaborazione artistica è sicuramente English, che di recente ha unito le forze con Merzbow e in passato con Basinski, Grouper, Alessandro Cortini. L’impressione è che l’artista australiano subisca i collaboratori esterni, adattandosi al loro sound, rovesciando le premesse del proprio suono. Il dialogo a distanza con Loscil sembra seguire più o meno lo stesso percorso, seppure con cadenze alterne all’interno del disco. Di sicuro la fascinazione per un suono così pieno e profondo ha sollecitato l’immaginazione dei due, che hanno chiamato ogni traccia con il colore che più sembrava adattarsi alle atmosfere.

Il suono originale dell’organo si perde, ma riemerge a tratti, secondo modalità che di volta in volta, ne travisano o esaltano i connotati liturgici. I due brani iniziali, Cyan e Aqua, sono emblematici in questo senso: il suono dell’organo diventa un fondale su cui costruire loop armonici dal melodismo sinistro e incisivo. Nei momenti più ritmici Loscil prende il sopravvento. Yellow, ad esempio, è tipica del suo modus operandi, con la giustapposizione di una minimal dub ridotta ormai ad un fantasma nebbioso e una flebile melodia su multitraccia dall’umore melanconico. I brani migliori sono forse quelli dove le anime dei due trovano un giusto compromesso. Black è un gioiello di profondità ambient: la traccia dell’organo si cristallizza su un frame che prende una cadenza ondivaga, tra il sacro e il mitologico, in un modo che sta a metà tra il Brian Eno di On Land, gli esperimenti transmeditativi di Steve Roach e la Twin Peaks ultraterrena di Stard of the Lid. Violet e Magenta assumono persino cadenze thriller su pulsanti beat carpenteriani e tappeti di sinewaves madate in loop.

Non c’è nulla in questo disco di completamente inedito o mai sentito, il che detto di un lavoro dalla caratura sperimentale potrebbe essere visto con un occhio negativo o quanto meno perplesso. Invece, semmai, è proprio la costruzione metodica di un elaborato musicale con tutti i segni tipici del suo genere, che questa volta gioca a favore. Nel suo piccolo potrebbe diventare un nuovo classico.

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