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6.8

Quarta prova discografica per Loris Vescovo, artista girovago in una geografia di migrazione e confini mai così stretti e mai così di casa. Ideatore meta teatrale e radiofonico, oltre che documentarista, il Nostro traccia in quest’ultimo suo studio agonie e gioie significative di terre tagliate dalla Storia con la S maiuscola. Penisolati si mette in fila indiana davanti a lavori passati quali Borderline (2008) e Stemane Ulive (2002), raccontando storie dalla s minuscola, che vivono sotto mattonelle pulsanti di passi o dentro vicoli e osterie dove germogliano i pensieri migliori.

Come è risaputo c’è tutta una scena del cantautorato friulano devota al folk inglese, da quello jazzy a quello psichedelico, e anche Vescovo non si sottrae a questo destino. Ascoltandolo, si rinviene un John Martyn qua o un Nick Drake là, ma in Penisolati la vibrazione si scioglie in alcune pulsazioni bluesy, come nell’accattivante Aghe e aset, una Al trist dei nostri giorni, in canzoniere (Barcarolo) o in frammenti comedy come la title track. Partendo quindi da una sensibilità propria può magicamente capitare che un cenno madrigalesco dia la stura ad un soffice tappeto jazz (Benandanti), che la raganiza diventi funk (Recessio) o bozzetto caudillo (Vilote), che certo Messico possa rosseggiare d’Italia solo per raccontare il Ventennio (Velilla) e che la villotta declinata antifonale debba smarrirsi nel lounge fragoroso come una cateratta (Ce mai sarà).

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