Recensioni

Il cinismo è quello paranoico dei Piet Mondrian, anche se Lo sconosciuto racchiude il suo essere contro in una musica delirante almeno quanto le miserie della quotidianità di cui si fa portavoce. Generi, parole e suoni vengono frantumati e ricombinati, quasi fossero il risultato di una genetica impazzita: il cantato all’elio di Identità, un Battisti in acido in Tuedio, il Battiato psicotico di Gelosia e Giustizia, il Ferretti di Libertà, ma anche il folk-wave allucinante di Lo Sai Baba? o la ripetitività monolitica di una Solidarietà che ricorda nelle claustrofobie la Justice Aversion di Smog.
Ad un primo ascolto il rigetto è quasi totale. Ci si chiede anzi se Federico Moi, in passato già batterista degli Hollowblue oltre che titolare di tre dischi a nome Lovers Of 69, non ci stia prendendo per i fondelli con un lavoro che sembra non voler arrivare da nessuna parte. Poi diventa chiaro che il succo del discorso sta proprio lì, nell’estrema libertà formale alla base di brani volutamente fuori dai canoni, in una musica che è trip fine a sé stesso, autosuggestione, sfogo controllato. Torna in mente il delirio formale del Barrett solista – se non nei suoni, per lo meno nell’approccio generale – e persino il surrealismo dei Maisie, premesso che Moi avrebbe comunque qualcosa da mettere a posto in testi brillanti ma talvolta anche troppo vicini a un triviale piuttosto banale.
Quel che conferma di non avere a che fare con il risultato di una frustrazione improvvisata da cameretta ma con un disco consapevole, è una parte musicale ben organizzata, efficace, follemente lucida. Valore aggiunto di un disco che funziona, pur mettendo a dura prova gli schemi interpretativi di chi gli si avvicina.
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