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“Dopo quindici anni forse le persone sono cose ancora più fragili”, ci confessava nel 2019 Tom Smith riflettendo su Munich. Per lui e i suoi Editors vale il vecchio adagio della montagna e di Maometto. Non si sono mai esibiti alle sessioni registrate nei famosi studi della BBC a Maida Vale, un quartiere residenziale di Londra in zona Westminster. Così, nell’estate dell’anno più caldo di sempre, vengono a suonare direttamente dove, nel 1806, Sir John Stuart, a capo dell’esercito inglese, sconfisse quello francese, venendo insignito del titolo di “Conte di Maida”. La vittoria fu così importante che una zona della città londinese, e di quella australiana Perth, ancora oggi porta il nome di un comune in provincia di Catanzaro che conta poco più di quattromila abitanti.

Questa non è la Calabria devastata dalla Seconda guerra mondiale, come descritta nel capolavoro del postmoderno italiano Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo. Né è quella in cui “i decenni volano mentre certi pomeriggi non passano mai”, come scrive Mario Fortunato, autore di Sud, un romanzo che qualche anno fa è stato consigliato dal New York Times tra i libri che “ci ricordano i vecchi legami umani che non possono essere interrotti, nel bene e nel male”. Piuttosto, la Calabria degli ultimi anni conferma le acute riflessioni di Corrado Alvaro, quando spiegava che “i calabresi mettono il loro patriottismo nelle cose più semplici”, soffrendo un “amore disperato” verso la propria terra, “di cui riconoscono la vita cruda, che hanno fuggito, ma che in loro è rimasta allo stato di ricordo e di leggenda dell’infanzia.

Queste parole risuonano nella brezza che muove gli ulivi attorno all’agriturismo Costantino, a Maida. Qui, il boutique festival, nato oltre un decennio fa come piccola rassegna di musica alternativa italiana, mantiene fede al suo intento di mettere le persone al centro, con un forte impegno per la sostenibilità e il chilometro zero. La capienza, fissata a tremila ingressi al giorno, include anche i bambini sotto i dieci anni, che entrano gratuitamente. Un dettaglio da non trascurare: la linea non prende bene, un piacevole deterrente per l’uso smodato degli smartphone.

In questo scenario, il Color Fest, con i suoi tre giorni di musica, potrebbe quasi sembrare un bellissimo incantesimo in cui perdersi, parafrasando il ritornello di Sentimiento nuevo, claim della dodicesima edizione e famoso brano di Franco Battiato. Lui, siciliano, ha sempre avuto un forte legame con la Calabria, non solo artistico, come dimostra la sua opera sperimentale Telesio. Nella terra di Tommaso Campanella, Pitagora e Mattia Preti, si sta costruendo in questi anni, con testardaggine, passione e tanta pazienza, un “nuovo sentimento” fatto di piccole realtà che superano i confini regionali e nazionali. Il successo dei concerti sul lago in Sila ideati da Be Alternative, la sinergia organizzativa Be Color e la recente nascita dell’unica fabbrica di vinili del Sud Italia, la Southbound Press a Cosenza, sono solo alcuni degli eventi che negli ultimi anni hanno coinvolto un numero crescente di persone, rispecchiando l’identikit di Corrado Alvaro.

Se l’intento degli organizzatori è quello di proporre un festival musicalmente poliedrico e intergenerazionale, la dodicesima edizione del Color Fest amplia ulteriormente l’obiettivo. Così, giovedì 14 agosto, il pop del cantautore romano Fulminacci si mescola al folk sofferto di Micah P. Hinson e le sue “canzoni-grimaldello con cui quasi sempre riesce a scardinarci il cuore”, come scriveva Stefano Solventi su queste pagine.

L’afro-psichedelia degli I Hate My Village travolge un pubblico già elettrizzato dall’energia dei newyorchesi Lip Critic, compagni di scuderia alla Partisan di Idles, Ezra Collective e Pj Harvey, solo per citare qualche nome. Questi ultimi sono abilissimi nel maneggiare un punk ibridato con hardcore, industrial e hip hop. Non solo, perché i presenti hanno anche la possibilità di ascoltare dal vivo uno degli esordi più interessanti dell’anno, Panorama Olivia, pubblicato dalla bravissima Coca Puma, e il “newpolitan sound” di Bassolino. Nel primo atto di questa edizione c’è spazio anche per l’indie psichedelico del potentino Avec Moi, vincitore del contest Supernova, così come accadrà nelle altre due serate, quando sul palco si rifletteranno le ritmiche mediterranee dei partenopei Amalafede e il lo-fi lisergico del maceratese Cosmic Gospel.

Con le sonorità della sera prima ancora nelle orecchie, soprattutto in quelle delle persone che, sotto la canicola di un pomeriggio inoltrato, cominciano ad animare l’area concerti – molte delle quali hanno aggiornato la cartella dei preferiti di Spotify dopo i concerti del giovedì – la prima considerazione da fare, dando un’occhiata al programma, è di affrontare ferragosto con un paio di comode sneaker. A Fabio Nirta e Daniele Giustra si aggiunge oggi, dietro la consolle, Vincenzo Nac. Sui palchi, invece, si alternano sonorità elettroniche declinate in commistioni culturali cosmopolite, attraverso le vibrazioni etniche di Clap! Clap! e Populous, la funky house e broken beats dell’etichetta berlinese Toy Tonics e del suo collettivo di dj, qui rappresentato da Kapote e Gee Lane, la space disco lisergica nata dallo scontro tra la tradizione orientale e le macchine elettroniche che anima la musica di Ko Shin Moon, la ri-contestualizzazione della musica popolare araba in chiave elettronica di Deena Abdelwahed, l’afrobeat del collettivo milanese Il Mago del Gelato. Poi, ci pensa Cosmo a confermarsi un performer di razza, passando con abilità da momenti intimisti ed emotivi alla techno penetrante.

Quando il sole sorge sulla costa ionica calabrese, le articolazioni di chi si appresta a immergersi nell’ultima serata del festival si godono un meritato riposo, ma all’ora del tramonto sul vicino golfo lametino non c’è traccia di stanchezza, perché è il giorno dell’unica data al sud Italia degli Editors. Nel 2023 era toccato ai Franz Ferdinand. Se il duo veneto Trust The Mask combatte il caldo con sferzate electropop, i Leatherette, nonostante alcuni inconvenienti tecnici, sembrano appena usciti da una serata al Windmill, il locale londinese tra i più importanti degli ultimi anni, tanto che più di qualcuno parla di una vera e propria “scena Windmill”, composta principalmente da Squid, Black Country, New Road e Black Midi. Mentre la bravissima Any Other, armata di sola voce e chitarra, sta per finire la sua esibizione, c’è già gente in fila per la band di Birmingham.

L’ho scritto più volte e confermo la mia impressione: gli Editors sono tra le migliori band dal vivo in circolazione, nonostante i loro ultimi album non siano così riusciti. Infatti, oltre ai classici che suonano sempre potenti e a Papillon, che in chiusura impressiona come la prima volta, quando in scaletta compare la sorpresa The Weight of the World o la chirurgica Bones, è come se l’atmosfera si caricasse di una drammaturgica tensione. Infine, nella setlist trova spazio anche la cover di Killer di Adamski, già collaudata in precedenti concerti come quelli allo Sziget, Stars in Town, Montreux Jazz e Morriña.

Come ogni evento, ci sono sempre margini di miglioramento e possibilità di ulteriori sviluppi, ma per un certo tipo di musica e di esperienze, potremmo tranquillamente dire che qui, tempo fa, era tutto un deserto. Vero, “Roma non è stata costruita in un giorno”, eppure questa edizione del Color Fest ha quantomeno ridotto la distanza tra la Maida calabrese e quella londinese. Adesso, l’importante sarà continuare a lavorare duro, in sinergia, e rendere l’eccezione la normalità. Perché, ovviamente, impegni come questo richiedono parecchi sforzi, soprattutto in territori dove è mancata per molto tempo un’idea di cultura che non fosse terribilmente anacronistica. Nel mentre, però, sotto le stelle di un’estate inoltrata, ci si può lasciare andare e dire che, sì, è bellissimo perdersi in questo incantesimo.

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