Recensioni

Appartengono ad una tradizione consolidatasi negli ultimi anni, i Literature. Quella dei gruppi americani che suonano all’inglese. In altri tempi la naïveté del gruppo di Philadelphia (fra le cui fila figura anche un ex redattore di Pitchfork) sarebbe stata sinonimo di radici britanniche, più precisamente nordiche. Da un po’ di tempo non è più così. Gente come Real Estate, Beach Fossils, Wild Nothing e metà del catalogo Captured Tracks, ha incasinato riferimenti geografici che sembravano scolpiti nella pietra. Il problema è che spesso, sonorità filologicamente perfette, con jingle jangle opalescenti e una ingenuità ostentata, sono a corredo di album senza anima.
I Literature, al contrario, si distinguono per una sana dose di cinismo e perché sanno quando troppo zucchero rischia di diventare stucchevole. Sono outsider anche in un giro angusto come quello dell’indie pop, ma piuttosto che ostentare una posa da Pierrot, puntano su ritmiche febbricitanti e un ispiratissimo bilanciamento fra il graffio delle chitarre e gli sfarfallii shoegaze. Il loro secondo album (dopo un primo più grezzo e lo-fi) è un autentico scrigno delle delizie. La stella polare è il C86, quello mercuriale e Buzzcocks addicted dei Soup Dragons, con chitarre elettroacustiche usate come armi contundenti e i ritornelli che arrivano dopo pochi secondi, ma hanno esuberanti parti strumentali che non si limitano a fungere da collegamento fra un chorus e l’altro (vedi l’emozionante coda surf dreamy di Blasé).
Il risultato è che di questa mezz’ora scarsa non solo non si butta via nulla, ma si finisce per ricordare pure i frammenti più emozionanti (come The English Softheart) il cui tiro garage pop suonerà ai più come una versione punk dei Belle And Sebastian, mentre ai più scafati ricorderà i McCarthy al netto della retorica marxista.
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