Recensioni

6.1

È un vero peccato che in questi dieci, lunghissimi, anni di assenza dalle scene si sia parlato molto poco di Lisa Stansfield. Era dal 2004, infatti, che la signora del soul-pop britannico non pubblicava un disco: chiunque altro, al suo posto, avrebbe fatto carte false per duettare con una giovane leva in cima alle classifiche, convincere i DJ più di grido a curare nuovi remix o, nell’ipotesi spesso più realistica, entrare nella setlist di uno di quegli eventi-nostalgia insieme a una sfilza di vecchie glorie, a cantare per l’ennesima volta People Hold On e What Did I Do To You magari sopra la stessa base registrata e con un sorriso di circostanza. E invece no, lei ha preferito attendere il momento giusto per tornare con canzoni coerenti con il suo stile di sempre: il primo singolo estratto da Seven, Can’t Dance, sembrerebbe dimostrare che in fondo ha fatto bene a non cedere alle mode, anche perché con la disco (in questo caso molto Chic) Lisa aveva già flirtato anni prima dei Daft Punk e di Pharrell. Come si possono dimenticare la sua cover di Never, Never Gonna Give You Up di Barry White e il duetto proprio con quest’ultimo in una rilettura del grande successo All Around The World? Per lo stesso motivo, il secondo singolo Carry On naviga a proprio agio sulle stesse acque del Northern Soul caro a John Newman. Entrambi i brani sono stati lanciati, saggiamente, per il radio airplay, ma sono poco indicativi del resto del materiale qui presente.

Seven è un’operazione discografica che ci restituisce un’interprete vocalmente in splendida forma e che cerca di far dimenticare i due non riuscitissimi predecessori. Sembra voler ripercorrere le orme dei Simply Red, che dopo il fallimento di Love And The Russian Winter (in cui Mick Hucknall tentava di aggiornare, maldestro, una formula sempre più stanca con ritmi dance e canzoni – a dispetto del genere – senz’anima) inaugurarono un’etichetta discografica e soprattutto un nuovo corso, con suoni più caldi e un repertorio più adulto, grazie a Home. Sparita la produzione iper-tecnologica di Trevor Horn di The Moment, accantonati gli esperimenti two-step à-la Artful Dodger di Let’s Just Call It Love, la Stansfield confeziona insieme al marito e collaboratore Ian Devaney un disco “classico” che con un occhio guarda con riverenza al passato nobile che ha contribuito alla formazione artistica della musicista – la torch song Stupid Heart, incontro impossibile tra Etta James e Patsy Cline, è qui a dimostrarlo, insieme a So Be It, che trasuda Philly-sound da ogni poro – e dall’altro cerca di guardare a ciò che accade oggi nelle classifiche di vendita, non sempre riuscendoci. Se infatti John Robinson e Jerry Hay (al lavoro con Michael Jackson per i suoi dischi di maggior successo) garantiscono uno stile senza tempo, l’arrivo di una drum machine e di sintetizzatori desueti in The Crown ci trasporta nel 1995 (più dalle parti di Brandy che di Justin Timberlake o Beyoncé), quando chiaramente non era l’effetto desiderato.

A molti anni di distanza da Down In The Depths e Swing, la cantante inglese si cimenta di nuovo in un numero jazzy, Why, che ha un certo charme ma fa la parte dell’intruso; i fiati di Picket Fence ancora una volta riportano alla mente gli ultimi Simply Red ma anche la poco proficua parentesi solista di Sharleen Spiteri dei Texas, The Rain è il tipo di canzone che tirerebbe su un album di Duffy con una facilità estrema così come l’appassionata Conversation spopolerebbe se a cantarla fosse Adele. La conclusiva Love Can sembra fatta apposta per accompagnare proprio quei momenti, e poco importa se richiama non poco Plenty Lovin’ di Steve Winwood e Des’ree (un altro riferimento che proviene dagli anni Novanta).

Per ogni interpretazione riuscita c’è un episodio interlocutorio, per ogni brano al passo con i tempi ce n’è uno tirato fuori dal freezer con dieci anni di ritardo: purtroppo le contraddizioni non fanno sì che il settimo disco di Lisa Stansfield decolli come potrebbe. Ma forse per lei è già stato un traguardo tornare nella Top 20 nel Regno Unito e raggiungere quel pubblico non più giovanissimo che non sa fare a meno del suo soul di velluto rosso (d’altronde la concorrenza o sta a guardare – George Michael, con cui duettò in Five Live in un’intensa cover di These Are The Days Of Our Lives dei Queen, si appresta a riproporci in veste sinfonica materiale di repertorio -, o ha preferito percorsi affascinanti ma più tortuosi e meno remunerativi, come quella Sarah Jane Morris che debuttò da solista nello stesso periodo in cui la Nostra vendeva cinque milioni di copie del suo Affection). Seven, pur dignitoso e nonostante due-tre pezzi da antologia, è tuttavia da catalogare per ciò che è: un’occasione purtroppo non sfruttata fino in fondo.

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