Recensioni

4.5

Quella di Lisa Mitchell è sicuramente una parabola interessante, che molto rispecchia i meccanismi rodati dell’odierna industria musicale: finalista di Australian Idol (controparte oceanica del popolare talent britannico, Pop Idol), vi ritorna successivamente in veste di giudice, un po’ come siamo abituati anche in Italia da qualche anno a questa parte. A dispetto dei pregiudizi, l’album di debutto della novella songwriter, Wonder, lasciava ben sperare per una carriera che aveva l’ambizione di rifarsi al passato glorioso del folk tradizionalista, contaminato da quella patina indie in modo da renderlo più appetibile al pubblico dei Millennials; si passava quindi da brani come Coin Laundry e Clean White Love, dove alla verve della Mitchell subentravano cori angelici alla Simon & Garfunkel, ai ritmi più frenetici e giocosi di Oh! Hark e Sidekick.

Tutte idee di pregevole fattura, in linea con uno stile non troppo personale ma in grado di abbracciare un vasto pubblico, il che equivale in questo caso anche a un minor rischio in sede di produzione. Già dal successivo Bless This Mess il cambio di rotta appariva evidente come non mai: l’afflato poetico si faceva irrimediabilmente più personale, e se questa componente in campo artistico rientra perfettamente nel modus operandi di ogni cantautore, non sempre vi corrisponde un’eguale risultato in termini commerciali (e commerciabili). La sensazione è che il campo di riferimento della Nostra si sia sì più assottigliato, ma con un gusto e uno stile in definitiva troppo rivolti al sé piuttosto che a un’evoluzione organica dell’ispirazione.

È quello che emerge, purtroppo, anche in questo Warriors, dove quattro anni dopo il precedente disco (e il cambio di produzione, con Eric Dubowsky subentrato allo storico Dann Hume, non pare aver giovato granché) si tenta ancora la chiave riflessiva, con quel tocco di elettronico che sa di posticcio e ruffiano, tentativo anche piuttosto maldestro di sopperire a mancanze evidenti e ormai per nulla mascherabili dietro qualsivoglia orpello. Ed ecco che fin dalla scontatissima The Boys, il presentimento di trovarsi davanti un lavoro che poggia totalmente sul pilota automatico di tanto indie pop odierno (di folk stavolta c’è ben poco) è confermato dall’ascolto dei brani successivi, in cui è lampante la mancanza di ispirazione e il tutto risulta pesantemente appiattito al pari di un encefalogramma, cui si aggiunge la voce della Mitchell, mai così svogliata. Più che fuori dal tempo, fuori tempo massimo.

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