Recensioni

La space-disco al suo snodo. D’ora in avanti si
parlerà di un prima e dopo Where You Go I Go To. Un classico, il disco
manifesto che racchiude un intero genere. La risposta a chi vi chiederà, oggi o
domani, cosa si intende per space-disco nel terzo millennio. Lindstrøm, chi
altri sennò. Lui l’uomo, egli l’artefice. Se la ride sulla cover promozionale
del lavoro, sapendo d’averla combinata grossa. È maestosa. Opera monstre non
solo per lo status che la vestirà ma anche per la stazza, la mole spessa e circoscritta in tre tracce pari, in
apparenza, ad un Ep ma nella sostanza trattasi di vero full leight. La itle-track apre. Avanza in assolvenza,
irradiando l’atmosfera con un crescendo paragonabile agli istanti che dividono
l’alba dal sorgere di un sole estivo. Allusioni quartomondiste (Jon Hassell)
incontrano tribali pulsazioni kraute (il
Klaus Schulze di Blackdance) e non siamo che all’inizio. Appena varcati i sei
primi di durata e la batteria disegna un quadrato uptempo tocca, signori miei,
abbandonarsi all’eden. Nei restanti ventiquattro pare di sentire un orchestra
cosmica: percussioni, basso, chitarra, synth. Un climax perpetuo rasente il più
nobile del kitsch, arricchito dal campione di Supernature (Cerrone) che sta al
gioco ma non fa il gioco e da un andirivieni emozionale dove l’appeal balearic
abbraccia freakerie proggy altezza Gong. Non avesse fatto altro, il
trentacinquenne di Stavanger, gli
basterebbe la sola Where You Go I Go To a segnalarlo tra i producer essenziali
del nuovo secolo, ma il player segnala altre due tracce. Grand Ideas sembra sospesa a mezz’aria, con quel groove post-Ashra.
Ha il compito di traghettare. The Long
Way Home, posata su di un enfatica chitarra, bivacca in un peculiare limbo
tra Manuel Göttsching e certa ambient-house di primi ’90. L’ideale epilogo. C’è
tutto: climax, stasi e controclimax. Cos’altro chiedere? Siamo spettatori di
una nuova era, rallegriamocene.
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