Recensioni

7.2

Amalia Rodrigues, regina del fado, nel definire questa musica che siamo soliti accostare ad un sentimento di inestirpabile e dimessa saudade, una volta disse: «Il fado non è né allegro né triste, è la stanchezza dell’anima forte, l’occhiata di disprezzo del Portogallo a quel Dio cui ha creduto e che poi l’ha abbandonato: nel fado gli dei ritornano, legittimi e lontani».

Proprio queste divinità lontane trovano una sorprendente nuova legittimità nello splendido trattamento che l’eclettico produttore Raül Refree (è in uscita su Mute il 21 febbraio un suo lavoro con Lee Ranaldo, Names Of North End Women, dopo che il catalano aveva messo mano ad Electric Trim, album del 2017 dell’ex sonico, ed il duo sarà in tour in Italia in aprile) ha riservato a questo repertorio cantato da Lina, cantante lusitana conosciuta per le sue magnetiche interpretazioni delle musiche portate all’immortalità dalla regina del fado. Scompaiono le chitarre febbricitanti che sono il marchio di fabbrica di quella musica e planano su terre non più spazzate da una brezza calda, ma da un inedito vento da nord, bave di synth, profili gelidi ed essenziali che sanno di cold wave, di elettronica riduzionista, senza perdere un grammo di umanità, ma anzi facendo risaltare per luminoso contrasto la natura drammatica, ebbra di sentimento, della voce che canta di paure ataviche, di destini, di barche, di ricordi, di maledizioni.

L’immaginario del fado resta perfettamente intatto ma trova una nuova, straniante e stranita luce grazie ai coraggiosi e perfetti arrangiamenti orditi da Refree, che vertono praticamente solo su pianoforte e tastiere di ogni tipo (Rhodes, Harmonium, Moog, Clavinet); un clima desolato ed intimo, un tepore freddissimo, immagini sfocate (come quel viso di donna in copertina), amori perduti, nostalgie che non passano e non passeranno. Provate ad immaginare i Madredeus che sbagliano rotta ed approdano ad Amburgo invece che a Lisbona o una Julia Holter persa dentro ai labirinti esistenziali di Fernando Pessoa, e forse riuscirete a capire in quali posti ci porta questo disco. Dodici tracce che raccontano di abbandoni e che chiedono di chiudere gli occhi ed abbandonarsi. Refree era stato già convincente e personale con il suo disco precedente, La Otra Mitad, pubblicato dalla sempre lungimirante Glitterbeat alla fine del 2018 e focalizzato su una peculiare forma di psycho-flamenco: questo album è una pienissima conferma, con una perla in chiusura, una Ave Maria Fadista di una delicatezza che non è di questa Terra, da ascoltare aprendo le finestre, alzando il volume, confidando di nuovo, per uno di quei miracoli che solo alla musica oramai riescono, nell’umanità.

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