Recensioni

Ci voleva una personalità esuberante come quella di Lin-Manuel Miranda per portare sullo schermo la storia di Jonathan Larson. Lui che proprio nella riproposizione a Broadway (quella del 2014) di tick, tick… BOOM! interpretava la parte del compianto autore e compositore americano prematuramente scomparso il giorno precedente la prima di Rent e che quindi non avrebbe mai conosciuto quel successo a lungo inseguito per tutta la sua (pur breve) carriera. L’acclamato show sarebbe stato messo in scena nella culla dei musical newyorchesi per 12 anni consecutivi e avrebbe ottenuto due Tony Award (gli Oscar del teatro) e un Premio Pulitzer per la drammaturgia. Questa produzione targata Netflix e Ron Howard però si concentrano sullo spettacolo precedente, ovvero l’omonimo tick, tick… BOOM!, sorta di rielaborazione in forma musicale del fallimento di un vecchio progetto di Larson, quel Superbia che occuperà otto anni di duro lavoro salvo poi vederlo andare in mille pezzi dopo il disinteresse generale dei possibili produttori.
Ci troviamo nel 1990 e alla vigilia del 30esimo compleanno di Larson, eventi che segnano un punto di non ritorno fondamentale per il protagonista (roba che a pensarci oggi fa quasi sorridere, se non ci fosse da piangere). Jonathan Larson sta organizzando il suo primo workshop di presentazione a New York dove intende mettere in scena Superbia, spettacolo fantascientifico da lui interamente scritto e musicato ispirato liberamente al 1984 di George Orwell. Le tematiche anticipano di parecchio quei problemi che ritroveremo quasi identici nella società dominata dai reality e dai social network di qualche anno dopo; l’estro creativo non manca, ma il blocco è dietro l’angolo, e c’è ancora una canzone fondamentale da ideare per il completamente del progetto.
New York, il rapporto con la fidanzata Susan, quello con l’amico di una vita Michael e con la cultura teatrale degli anni ’90, l’epidemia di AIDS che miete sempre più vittime negli Stati Uniti e nel resto del mondo nell’indifferenza generale e l’ostilità della classe dirigente. In mezzo, la domanda che da sempre attanaglia chiunque abbia coltivato anche solo per un momento ambizioni di stampo artistico: tentare il più possibile la strada del successo o cercare un lavoro stabile e duraturo che consenta di far levitare il conto in banca? Chiaramente Miranda e il suo film propendono per la prima opzione, facendo leva sui buoni numeri musicali – il meglio lo si vede nell’utilizzo di spazi stretti che praticamente fanno il 90% dell’intera scenografia – ma il punto fondamentale è che la quest del protagonista non è mai messa in discussione. Anche quando tutto sembra crollare, il momento non appare mai catartico e questo evidenzia il lato da esordiente di Miranda, incapace di donare alle scene madri quell’aura di solennità necessaria a una vera catarsi.
Se da un lato abbiamo una delle migliori prove sul grande schermo di Andrew Garfield, dall’altro una sceneggiatura spesso fiacca e uno svogliato utilizzo del green screen rischiano di inficiare pesantemente tutte le premesse di tick, tick… BOOM!, che alla fine dei giochi si rivela un buon musical, ma assai lontano dal diventare memorabile.
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