Recensioni

6.7

Per un’artista che (ancora) non ha una pagina su Wikipedia, Lily Konigsberg è riuscita a farsi sentire. Da poco una delle facce di punta del sito Bandcamp, la cantante di New York – anche nei Palberta e nel duo Lily and Horn Horse (con Matt Norman) – debutta ufficialmente con Lily We Need To Talk Now, un lavoro fresco e variegato, costruito attorno a un autobiografismo dal tocco anche ironico, al quale ha lavorato con attenzione sin dal 2016.

Sulla scia di molte altre artiste indipendenti della scena del momento (vedasi soprattutto alla voce Beabadoobee, Snail Mail, Girlpool e più indietro Waxahatchee), Konigsberg presenta un songwriting sbarazzino eppur autoriale, immediatamente riconoscibile sia da chi con quegli stili è cresciuto, sia da chi, specie al giorno d’oggi, ha sviluppato un orecchio immediato per i throwback. Il rock delle college radio rivisto da un’angolazione twee, Liz Phair e Juliana Hatfield, ma anche del pop da classifica di vent’anni fa, rappresentano la apertissima forbice d’influenze della giovane autrice che, differentemente dalle colleghe, non si accontenta di un sound eminentemente chitarristico. Ci senti un po’ della prima Nelly Furtado, e un tocco della vecchia Jewel (quella puramente acustica, prima del tentativo da diva pop di 03/04), così come i cataloghi K e Sarah Records, come dire sia pop che rock, chitarre come elettronica, tutto fatto in cameretta, o meglio, nel seminterrato.

Lily sembra possedere una buona conoscenza dei sopracitati generi ed è chiaro che, come buon pop comanda, preferisce esprimersi più all’interno che all’esterno di essi (per quello c’è il progetto con Lucy), eppure i momenti creativi, così come i fuori programma, non mancano: dissonanze qui e swingate di là, battute disco così come una celestiale ambient sono ingredienti che aggiungono sale a un piatto piuttosto variegato nei suoi scarsi 25 minuti che figurano però – in questi tempi digitali – come album.

Venendo ai brani: Proud Home, che riprende la vicenda di un amico innamorato della propria madre, si ispira dichiaratamente a Stacy’s Mom dei Fountains of Wayne, e probabilmente la Konigsberg si aspetta che il suo pubblico lo riconosca. Sta di fatto che il lavoro affronta il più tipico dei temi adolescenziali, la fine di una relazione, e come tradizione pop-punk comanda, il modo di metterla giù è anche umoristico e sfacciato, come è evidente in Hark e That’s The Way I Like It e nel titolo stesso dell’album, ispirato da un messaggio ricevuto dal produttore Nate Amos. Chiaro, Lily vuol esser presa sul serio anche quando scherza, e quel che ne esce è il classico debutto più fresco e arguto che memorabile.

Ecco perché Lily We Need To Talk risulta soltanto discreto. C’è del potenziale, c’è del talento, ma non ancora canzoni che escano dalle playlist del momento. Chissà cosa ne pensano i Livies, i fan di Olivia Rodrigo.

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