Recensioni

6.9

Non sono stati anni facili per Lily Allen. L’avevamo lasciata nel 2014 con Sheezus, album senza infamia e senza lode che tuttavia, scopriamo oggi, fa da chiusura a un cerchio nella vita della cantante londinese. Dopo l’uscita del disco la Nostra è infatti tornata spesso e volentieri sotto i riflettori e gli attacchi di tabloid e rete per i lati oscuri della sua sfera privata, tra dipendenze da alcool e droga (con tanto di figuraccia da prima pagina a Glastonbury), crisi d’identità (non solo musicale), la dolorosa separazione dall’ex marito Sam Cooper con tanto di pesante sovraesposizione mediatica, senza dimenticare il devastante aborto del 2010. Detto questo, Lily sceglie ora di dare un bel colpo di scure a quei giorni passati, provando a superarli e utilizzandoli come fonte d’ispirazione per la sua penna, accompagnata – come da tradizione – da diversi songwriter. Tra le diverse figure impegnate nell’album, vale la pena citare i concittadini Giggs e Benjamin Garrett, anche noto con l’alias Fryars, il Dre Skull già al lavoro con Snoop Dogg e altri rapper statunitensi, il grimer Meridian Dan, Sam Duckworth e soprattutto due pesi massimi come Ezra Koenig dei Vampire Weekend e Cass Lowe, vincitore di diversi Grammy e collaboratore di Chance The Rapper. Tanta quantità in fase di scrittura quindi, e stessa storia che si ripete in regia, con la presenza, tra i molti, di BloodPop (Justin Bieber e Lady Gaga nel suo curriculum) ma soprattutto il Re Mida Mark Ronson, già al lavoro con la Allen nell’acclamato album di debutto Alright, Still risalente all’ormai lontano 2006.

Eppure, nonostante le numerose parti messe in gioco, No Shame (titolo che più emblematico non si può), senza girarci troppo attorno, rappresenta l’opera più sincera, introspettiva, personale e confidenziale della protagonista, che mai prima d’ora si era messa così a nudo, riponendo nell’armadio i panni dell’irriverente popstar pronta a dire la sua su tutto e tutte (una competizione estrema con le colleghe vista ora come totale perdita di tempo) per mettersi a nudo, guardandosi allo specchio con attenzione e analizzando le ben visibili cicatrici. Una Lily Allen sempre meno attenta a cercare il colpo ad effetto, magari accettando il fatto di non poter più tirare fuori dal cilindro la Smile o LDN di turno, ma concentrata a dare una quadratura e una coerenza generale al tutto. Meno (anti)diva irriverente col dente avvelenato, più autrice. Se la parte musicale resta fondamentalmente invariata rispetto a quanto già ascoltato in passato da queste parti, tra pop ad alto grado di saccarosio, incursioni r’n’b (Cake), trap con tanto di echi jungle e bassoni post-edm (Come On Then), ballatone acustiche strappalacrime (Apples), aperture à-la Adele (Family Man, firmata proprio da Ronson) dancehall per il popolo (What You Waiting For, Higher) e sempre e comunque una voce deliziosa seppur filtrata nell’autotune, sono i testi a mostrarci l’artista  – finalmente – da una diversa prospettiva, meno spaccona e probabilmente più fragile di quanto si possa pensare.

Sarebbe esagerato definirlo il classico disco post-breakup, eppure le vicende sentimentali con Cooper occupano gran parte della griglia. Proprio quest’anno il divorzio è stato ufficializzato e la nostra Lily preferita tira le somme di una storia stracolma di momenti bui, porgendo le sue scuse più sentite e sperando in una futura riconciliazione in What You Waiting For? e rivelando conseguenti tormenti e ansie in Lost My Mind. Occhio, la Allen old school sfacciata e sbruffona fa una rapida incursione nella reggaeggiante Waste (con il featuring di Lady Chann, unica ospite del disco assieme a Burna Boy) per “dissare” una vecchia amica, ma si tratta solo di una breve parentesi, seppur divertente, di un discorso più ampio e delicato.

Non di solo Cooper soffre la Allen: ce n’è anche per la figlia, troppo spesso “messa da parte” a causa degli impegni di carriera della cantante, che nella toccante Three sceglie, con un bel gioco di specchi, di parlare a voce della piccola rivolgendosi a sé stessa, madre assente e perennemente occupata. Proprio Three diventa, assieme a Family Man ed Apples, il climax del trittico più incisivo del disco, in cui sembra di ascoltare la londinese cantare al centro del palco di un teatro vuoto, con il volto appena illuminato, sola a combattere coi fantasmi. Come se non bastasse, in Trigger Bang si torna nuovamente agli incubi dati dagli eccessi , ma anche alla pessima immagine che social e stampa hanno di lei (Come On Then).

No Shame non è il capolavoro di Allen, e forse neanche il miglior disco tra i suoi (c’è pur sempre Alright, Still a mantenere saldo il primato), ma anche senza nessun guizzo degno di nota e con una produzione che fa il suo pur non brillando (ma grazie al cielo non c’è una seconda Air Balloon, tanto ci basta), è certamente il disco più a fuoco, quello della maturità mai davvero cercata fino a qui ma finalmente giunta. È una nuova Lily Allen, quella che abbiamo di fronte, che dopo un «fuck you very very much» urlato anni fa sceglie di fare un passo indietro. Senza vergogna.

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