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«L’intera città mi pendeva davanti al naso […] Non mi dovevo preoccupare del futuro». Questi ricordi di Bob Dylan, messi nero su bianco nella enciclopedica autobiografia Chronicles, raccolgono gran parte di quel complesso groviglio che corrisponde alla personalità di Robert Zimmerman. (Ri)leggere Dylan significa fare i conti con un’entità che ha fatto la storia e, allo stesso tempo, è sempre stata un passo di lato rispetto a essa. Simbolo della controcultura giovanile, non ha mai rincorso gli eventi ma ne è diventato inevitabilmente poeta.

Senza scandagliare la sua lunghissima carriera, basterebbe la vicenda del Nobel, con quel continuo domandarsi se e quando il vincitore avesse intenzione di ritirare il premio, per contornare un anziano signore dalla voce nasale che sembra sempre incazzato con l’universo e ti osserva dietro i suoi Ray Ban con apparente disinteresse.

È davvero così? La storia della musica ci consegna personaggi a cui spesso non viene concessa alcuna redenzione: uno Ian Curtis sempre depresso, una Yoko Ono distruttiva. Invece, immergendoci nei meandri delle testimonianze di chi ci è stato o, semplicemente, leggendo le interviste dei protagonisti, ci rendiamo conto che la verità giunta fino a noi – che come la fantasia dei popoli non viene dalle stelle – è ben più annacquata. Il discorso vale anche per Dylan, e la raccolta di materiale Like A Rolling Stone è un’ottima opportunità per conoscere meglio il menestrello di Duluth. All’interno interviste, articoli e conferenze stampa che culminano col discorso di accettazione del Nobel.

Già la sola prefazione di Jeff Burger è fondamentale nel processo di cancellazione del personaggio e di riscoperta della persona che, attraverso cinquecento pagine, porta il lettore a familiarizzare con la figura di Izzy Young, impresario di musica folk che ha lanciato lo stesso Dylan, e con i suoi preziosi appunti. Impossibile riassumere tutte le perle disseminate lungo il libro: in un’intervista radiofonica del 1975 Dylan parla di passato, presente e futuro declinandoli nella visione Zen, in un’altra del 1991 affronta il tema del caso e delle coincidenze, in una chiacchierata in Tv del 2000 svela il suo patto col destino.

Infine, il suo discorso per la consegna del Nobel che, probabilmente, racchiude meglio di qualsiasi analisi le motivazioni dietro questo riconoscimento. Dylan finisce col ringraziare l’Accademia di Svezia perché con questa investitura ha risposto a una domanda che il musicista non ha mai avuto il tempo di porsi: le sue canzoni sono letteratura? Oltre ad ascoltare brani come HurricaneLike A Rolling Stone, a leggere le memorie dello stesso Dylan e pensare a quante volte le sue parole non hanno salvato il mondo, ma lo hanno reso più sopportabile, è necessario godersi questo libro. Fin quando avremo l’opportunità di farci inebriare dall’arguzia, la profondità e la sincerità che emergono da questa raccolta, anche noi non avremo da preoccuparci del futuro.

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