Recensioni

Si presenta fin da subito come un tipico “spin off” il progetto Lightning Dust, con Infinite Light al secondo capitolo della sua breve storia. Iperattivo per natura e cultura, il duo Amber Webber/Joshua Wells che ne è anima e cuore (supportato in regia dal "solito" John Congleton) non vuole infatti saperne di starsene con le mani in mano e – benché già impegnato da Black Mountain e Pink Mountaintops – si scava una nicchia lontana dagli sguardi vigili di Stephen McBean.
Siccome trattasi di faccenda a metà tra la libera uscita e l’affermazione d’identità, ecco che le atmosfere sono lontane da entrambi: più dalla Montagna Nera, a dirla tutta, ché talune influenze di Opal e Mazzy Star (nomi mai così alla ribalta come nell’ultimo triennio…) possono richiamare il meraviglioso Outside Love. Nondimeno collocate in un contesto orchestrale che inscena un folk intinto nel pop e nelle favole talvolta propenso alla tensione, intessuto di archi e pianoforti spaziosi con la grandeur di un moderno Spector e la leggiadria dei Mercury Rev migliori. Del tipo capace di arrestarsi un passo prima del kitsch, a farla breve.
O quasi, perché se i Nostri sono autori persuasivi (Antonia Jane ha respiro coheniano) e gli arrangiamenti reggono, l’ugola di Amber snerva con voli pindarici di un vibrato che fa del melodramma fastidio. Zavorra che composizioni come una "soulful" Waiting On The Sun To Rise o Take It Home (splendida: immaginate dei Portishead d’oltreoceano senza funk…) non meritano, così come il personale omaggio a Kate Bush Never Seen e il classico sferragliare alla Suicide – in chiave pop – I Knew. Altrove, però, lo slancio enfatico taglia le gambe e l’epica manda in frantumi i buoni propositi, di conseguenza tocca limitare gli entusiasmi. Non proprio un’occasione sprecata Infinite Light, semmai la dimostrazione di una tendenza attuale diffusa – quella al suono "oceanico" – che in tanti inseguono, ma pochi sanno sul serio maneggiare uscendone indenni.
Amazon
