Recensioni

Diradano le uscite allungando gli iati – stavolta sono quattro anni da Fantasy Empire, tra quello e il precedente Oblivion Hunter erano soltanto tre, comunque sempre ere geologiche di questi tempi – ma condensano pure la follia, la incanalano in una forma più serrata, più “rock” rispetto a quella sempre rock ma intrisa di follia improvvisa e improvvisata che ne ha segnato i trascorsi, facendoli paladini del disfacimento noise.
No, nessuna normalizzazione, tanto per mettere subito le cose in chiaro. The folly and the fury, titolo con cui riecheggiavamo Faulkner per restituire uno sguardo sulla carriera dei due Brian più rumorosi d’America, è ancora calzante e adatto al maelstrom sonoro che i due mettono in scena. C’è però una attenzione più dettagliata alla canzone: sfranta, sfondata, smostrata eppure rock, canalizzata cioè entro un formato quasi (si sottolinei il quasi eh…) standard, che però, nella miglior tradizione della casa, quando si è lì lì per identificarlo spinge sull’acceleratore della follia e devasta tutto il devastabile. I titoli delle canzoni, dopotutto, sono anche un indizio di questa scelta che fa il paio con quella grossa novità che aveva segnato Fantasy Empire, il primo album per Thrill Jockey, ovvero l’uso dello studio professionale per la prima volta in una carriera ventennale.
I sei minuti di Hüsker Dön’t come possono suonare dopo tutto questo pippone? Esatto, come uno sfasciume anche melodico (c’è eccome la melodia, vocale e non) affondato da e in un rifferama chitarristico (sì, quello di Gibson è un basso ma chissene…) di quelli che ce n’è veramente pochi in giro. La cafonata di Air Conditioning cos’altro è se non un classic rock buzzurro e malato di eccesso di testosterone? E l’omaggio/perculaggio agli Eagles in Don Henley In The Park cos’è se non ciò che nell’universo dei due Brian si avvicina di più a una ballad, ovvero qualcosa che è naturalmente destinato a smerdarsi nel noise più bruto? E l’epica conclusione di Van Halen 2049 cosa è se non esattamente ciò che presagisce il titolo, ovvero una versione accelerazionista e futuribile del personaggio citato nel titolo?
Aggiungeteci degli sbocchi di sangue “classici” come Tom Thump, USA Is A Psycho, Bing Banger o Bouncy House – ovvero ciò che molti si ostinano a tentare o si illudono di fare e solo pochissimi riescono ad attuare – e converrete che i Lightning Bolt hanno di fatto “regredito”, anzi ammassato, le scorie impro-noise fino a farle diventare qualcosa di talmente nuovo da suonare vecchio e/o viceversa. Pubblicando, in definitiva, quello che potremmo tranquillamente definire il loro album hard-(punk)-rock.
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