Recensioni

Il quattordicesimo album in studio a firma Ligabue arriva a distanza di tre anni da 7 e non fa certo notizia – a pochi giorni dalla sua pubblicazione – è già al primo posto nella classifica ufficiale FIMI/GfK degli Album e dei vinili più venduti. Un dato utile a far comprendere ciò che, in oltre trent’anni di carriera e circa 850 date live, il rocker di Correggio è riuscito a costruire con i propri fan: un legame solido e il cui riflesso è tangibile negli oltre centomila spettatori di Campovolo oltre che nei sold-out in giro per teatri, arene, stadi e palazzetti di tutta Italia. Uno zoccolo durissimo, disposto a tutto pur di supportare il proprio idolo.
Dedicato a Noi nasce proprio dalla medesima esigenza: ricucire e rinsaldare quel rapporto con la fanbase interrottosi bruscamente a causa della pandemia e durante cui qualche certezza è venuta meno. Con il dito costantemente puntato ad un “Noi” comunitario, il nuovo lavoro mette in luce tutte le debolezze riscontrate nella più recente produzione dell’artista: un registro stilistico ridondante e piegato alle logiche di un pop-rock di maniera, abilmente modellato dal nostro con ballate che spaziano dai toni in chiaroscuro (Riderai) alle sonorità patinate di Stanotte più che mai e Così come sei, passando per forme di autocitazionismo dalle parti dell’omonimo e fortunato esordio Ligabue e di Lambrusco, coltelli, rose & popcorn (Niente Piano B).
La produzione, nuovamente affidata a Fabrizio Barbacci, viaggia col pilota automatico ed è utile a confezionare un album che non aggiunge nulla a quanto ascoltato da Arrivederci Mostro in poi: una cullante comfort zone ove tutto è immobile, sospeso e senza tempo, un po’ come quei piccoli bar di provincia.
Nato dalle ceneri della pandemia, Dedicato a Noi mette in fila tematiche in cui chi ascolta può facilmente immedesimarsi: il senso di comunità, le contraddizioni sociali del nostro tempo, l’amore (tema focale) e il senso di solitudine. A mancare è quello sguardo disincantato intravisto nelle storie e personaggi di Sopravvissuti e Sopravviventi, il cui spazio è stato riempito – nell’ultimo decennio – da una manciata di brani poco ispirati nella scrittura e troppo piatti nei suoni. Una dedica sì a cuore aperto ma in cui da salvare c’è davvero poco.
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