Recensioni

Visto che sembra impossibile, oggi, non essere in qualche modo disperati, tanto vale provare a costruirci sopra una sorta di divertimento. Questa sembra essere la base ideale su cui poggia l’ascolto di questo album dei Life da Hull, Inghilterra, qui al secondo disco lungo dopo il precedente (e apprezzabile) Popular Music, con Luke Smith (Foals) e Claudius Mittendorfer (Parquet Courts) a produrre. Classica formazione voce (Mez), chitarra (Mick), basso (Loz), batteria (Stew), il quartetto si allaccia a quella scia di band albioniche che da qualche anno sta tentando di raccontare il presente per mezzo di un linguaggio, a dir poco, ormai noto e abusato: il punk. Già, punk: né più, né meno. Caciarone, festoso, spesso con uno spiraglio di luce subito mitigato dal cinismo, caustico, melodico. Quella roba lì.
Il contesto, d’altronde, dice già molto di quello che i Life sono: nella Gran Bretagna (e Irlanda) che sta segnando questi anni di suono a sei corde, con Idles, Shame, Fontaines D.C. (solo per dire di alcuni) a tracciare nuove linee, i quattro cercano un’altra via per differenziarsi. Ci riescono, ma non riusciamo a capire come. Questa roba stra-sentita perché continua ad essere efficace? Quelle chitarre che dal 1977 sono arrivate fino a dischi come Joy As An Act Of Resistance quale strano modo hanno di rubare ancora la nostra attenzione? Si potrebbe dire che il punk sia il caldo abbraccio della nostalgia per qualche rivoluzione mancata. Ci sta, ma – di nuovo – è davvero tutto qui?
E allora forse tocca far entrare il mistero vero della musica: la capacità di scrivere canzoni, che poi è alla fine, in ambito pop, la vera misura delle cose. E i Life sembrano avere proprio questo: senso della misura. Ogni pezzo sembra partire dalle basi classiche del suono underground punk classico e poi aggiungere, di volta in volta, una piccola dose di qualcosa di personale, senza risultare forzato. Bum Hour è il punto d’incontro tra un testo degli Arab Strap (quell’«All my mates are out of town / This is the bum hour calling» è The First Big Weekend definitivamente andato male) e le birre spaccate di qualche band Oi!, la logica da party dei Minutemen ma fracassata contro la freddezza dei Fall. Grown Up comincia con una sezione ritmica che più Idles non si potrebbe. Va via dritta, senza variazioni, e il ritornello (brevissimo) è così semplice che ti stupisci di come possa funzionare. E invece funziona. Moral Fibre con quei «Wooh!» tra l’esultante e il degenerato è una versione punk maggiorata dei Klaxons che cercano di tenere botta nonostante la paranoia.
Sono solo alcuni degli esempi di un album di facile ascolto (sia per la qualità che per la durata, poco più di mezz’ora), che però non ha un solo riempitivo, e che riesce nel piccolo miracolo di variare spesso all’interno dello stesso suono. Non sai come ci riescano, i Life, ma va bene così. Più che bene, anzi.
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