Recensioni

L’electro-pop, le melodie synth-based, condizionate dalla PC-music dell’indie post-2010 è il contenitore luccicante delle Let’s Eat Grandma, duo composto da Jenny Hollingworth e Rosa Walton di Norwich, Inghilterra. Musica che segue lo stesso fil rouge che, volendo analizzare solo gli ultimi decenni, parte da Cocorosie e The Knife e passa attraverso La Roux, Icona Pop, Aurora, Charli XCX, CHVRCHES, Lorde e molti altri. Qui il punto è saperlo riempire, questo contenitore che, ad essere onesti, sembrava aver perso la sua spinta propulsiva già diversi anni fa. Il duo di migliori amiche ci era andato molto vicino con l’esordio I, Gemini, un synth-pop psichedelico fuori dagli schemi e lunghe cavalcate strumentali rigorosamente prive di campionamenti. Poi, il seguito I’m All Ears rappresentò la consacrazione di uno stile personale che si prende gioco dell’ortodossia radiofonica propria dei nomi di riferimento (vedi sopra) e valse loro una nomination ai prestigiosi premi Ivor Novello.
I sedici e diciotto anni, però, sono passati in fretta. Gli incubi, i terrori, le amicizie, che solo i teenager possono capire, sono tramontati coi primi due album. Oggi i vent’anni sono un banco di prova ben più problematico. Innanzitutto, c’è un’aspettativa a cui dare conto. La stampa specializzata britannica le tiene d’occhio già da un po’, aspettando il loro capolavoro (o il loro passo falso). Poi, c’è un’amicizia storica da salvare. Jenny e Rosa non si dicono tutto, non sono chiare l’una con l’altra, c’è bisogno di correre ai ripari per ritrovare l’armonia, in vista del nuovo album. C’è la pandemia che le divide e che le fa lavorare sui nuovi materiali per la prima volta in perfetta autonomia. Infine, c’è il lutto. Il ventiduenne Billy Clayton, fidanzato di Jenny, muore per un raro cancro alle ossa. È tempo di elaborare il lutto, di ritrovare il fiocco di una vita e unirlo con quello di un’altra. Creare, insomma, Two Ribbons.
Alla luce di queste premesse, il nuovo lavoro (il terzo) non poteva non essere uno strappo decisivo nei confronti del precedente. Vengono accantonate velleità post-industriali (Hot Pink), tensioni statiche e ipnotiche (Falling Into Me), sperimentazioni anti-radiofoniche (Cool & Collected). Two Ribbons è la svolta (ancora più) pop delle Let’s Eat Grandma. La maggior parte del disco abbandona quella weirdness che era elemento distintivo delle due. Normalizzando i suoni e le derive, le Let’s Eat Grandma tornano nei ranghi di una consuetudine accomodante. A Two Ribbons manca trazione e si allontana dal genere trasversale che avevamo sperato per loro. Ma ciò non vuol dire che sia pieno di brutte canzoni.
Il disco oscilla fra una neon-music in pieno stile anni Ottanta e una serie di ballate che si gonfiano in grandi climax finali. Tolte le sperimentazioni dei primi due dischi, l’unico ponte con il loro esordio è nelle voci delle due che, in barba al mondo dell’auto-tune, suonano brillanti, splendidamente pop. Il crinale synth del disco passa per una serie di melodie violentemente bubblegum pop (Happy New Year, Hall of Mirrors) che non sfigurerebbero nel repertorio di Carly Rae Jepsen o dei CHVRCHES. Mancano gli artigli, il guizzo di originalità. Levitation, per esempio, ha il coraggio di un brano dei Knife o degli Hot Chip, ma la struttura verse-chorus lo rende prevedibile e, in definitiva, debole.
Alcuni episodi (Watching You Go) si ibridano con atmosfere Nineties, trovando connessioni valide fra psichedelia e melodia. Dinamica distesa e sound maturo sono anche alla base di Insect Loop, che sembra sottendere riferimenti (azzeccati) al suono ovattato di malinconia sintetica dei Prodigy, ma con un giro di chitarra elettrica difficile da dimenticare. Suoni plasticosi dialogano con brani più raffinati (Two Ribbons), in cui compaiono chitarre acustiche, salvo, in alcuni casi (Sunday), ambire ad un crescendo emotivo che tira in ballo atmosfere fiabesche e film Disney.
Prodotto da David Wrench (David Byrne, FKA Twigs, Goldfrapp, Bat For Lashes), Two Ribbons è una conversazione riuscita a metà fra un’anima sintetica e una acustica. Un lavoro profondamente incompiuto, pieno di belle canzoni, ma privo di una direzione precisa. Che spesso si traduce in uno scontro sonico tra, da una parte, un tiro cassa dritta e ritornelli radio-friendly, dall’altra una ricerca sonora più articolata. Che magari nasconde il futuro stilistico della band. Un’incomunicabilità, insomma, che profuma di occasione persa. Come two ribbons, due fiocchi che non si riesce a cucire insieme.
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