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La figura di Roberto Baggio non può prescindere dal Mondiale negli Stati Uniti del 1994. L’intera iconografia tragica di quello che probabilmente è stato il più forte calciatore italiano dell’era moderna, arrivato ad alzare al cielo un Pallone d’Oro nel 1993, si basa interamente su quel tiro dal dischetto, con quel pallone sparato sopra la traversa il 17 luglio 1994 al Rose Bowl di Pasadena. Il biopic co-prodotto da Netflix e Mediaset, e diretto da Letizia Lamartire, al suo secondo lungometraggio per il grande schermo dopo il buon esordio con Saremo giovani e bellissimi, intuisce proprio questo snodo fondamentale e decide di raccontare il campione attraverso i tre passaggi più dolorosi della sua carriera, piazzando ovviamente al centro quella disgraziata finale mondiale.

Tre blocchi narrativi che dialogano tra loro e il cui filo conduttore costante è quello del percorso di fede intrapreso da un giovanissimo Baggio verso il buddismo all’indomani del grave infortunio che a soli 17 anni ne ritardò l’esordio in Serie A con la Fiorentina. Tre blocchi narrativi sorretti da una messa in scena che ha come unico oggetto di indagine la sofferenza esteriore (ovvero fisica, ricollegata ai numerosi infortuni subiti in vent’anni circa di attività) contrapposta al tormento interiore (la volontà di soddisfare le aspettative non solo di un padre burbero – interpretato splendidamente da Andrea Pennacchi –  ma anche quelle di presidenti, allenatori e compagni che vedono in lui il “Maradona italiano”).

L’intensità emotiva de Il Divin Codino poggia quasi interamente sulle spalle di Andrea Arcangeli, già visto in Domani è un altro giorno e nella serie Romulus su Sky, che fa un lavoro a dir poco straordinario: non solo ha una mimica precisissima che a più riprese restituisce l’immagine del Roberto Baggio che ogni appassionato o sportivo ha in mente quando lo rievoca nei suoi ricordi, ma il suo è un lavoro sul movimento del corpo e la tonalità della voce – sempre pacata e dimessa – che gli permettono di non scivolare mai nell’imitazione spicciola o nella macchietta.

Se nelle intenzioni c’è la voglia di ispirarsi al modello Steve Jobs (scritto da Aaron Sorkin e diretto da Danny Boyle) è purtroppo nella resa che gli autori non ottengono il medesimo risultato di quell’altissimo riferimento cinematografico. Colpa di una sceneggiatura che ovviamente non può contare sulla brillantezza e la precisione chirurgica dei dialoghi di Sorkin né sulla messa in scena ispirata di Boyle. Se si decide coscientemente di escludere buona parte della carriera di Baggio (facendo venire meno al contempo il racconto mitico), allora si deve quantomeno dedicare ampio spazio a quegli episodi che si è scelto di far prevalere sul resto. L’assenza di una buona dose di immagini di repertorio grava su Il Divin Codino come un macigno, visto che la costruzione delle scene in campo è spesso confusa e disarticolata dal resto della narrazione, con il rischio (raggiunto) di far perdere per strada proprio quel messaggio che si intendeva restituire per primo: ovvero che Roberto Baggio rimarrà sempre nel cuore di milioni di appassionati, nonostante quel maledetto rigore sbagliato.

Proprio per quest’ultimo aspetto il finale non ha quella potenza – che pure la pellicola sprizza in alcuni ispirati momenti (dai siparietti col padre, alle sequenze flashback con Baggio bambino ad allenarsi ai rigori) – che richiederebbe e non sortisce allo spettatore un effetto dirompente e commovente, semmai gli insinua il dubbio che la pellicola avesse fin troppo da dire e fin troppi pochi mezzi per dirlo adeguatamente.

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