Recensioni
La storia è nota: dopo 9 anni in monastero, Cohen torna nel mondo e subito si scontra con i suoi vizi: la sua manager gli ha sottratto praticamente tutti i soldi dai conti, lasciandolo con 100.000 dollari. Che sono quanto NON ho guadagnato io in dieci anni da precario, ma che evidentemente non garantiscono una vecchiaia più tranquilla di tanto. Così il Nostro, che in monastero c’era andato un po’ per problemi di alcol un po’ in pensione, si rimette al lavoro, e dopo due dischi ricomincia anche con le serate, notoriamente più redditizie.
C’era di che temere concerti alimentari, ovvero costosi, poco ispirati e striminziti. Anche perché l’età del cantante è quella che è e i dischi recenti, compreso il Cohen Live che testimoniava l’ultima sua tournée, rassicuravano poco: Ten New Songs pativa il fatto di essere stato lasciato in mano a Sharon Robinson la quale aveva ecceduto in soul leccato esasperando quella pulizia del suono iniziata per Cohen ai tempi di Various Positions e che aveva avuto senso fino a The Future; mentre Dear Heather, pur recuperando una più congeniale dimensione acustica mostrava il canadese che in pratica non cantava più né scriveva più melodie, limitandosi a recitare.
La data lucchese ha invece spazzato via dubbi, perplessità, ombre e altro: il prezzo, dati i tempi, ci stava, e nell’epoca poi dei bootlegs in rete avevo avuto modo di fugare i timori su durata del concerto e scaletta. Restava da vedere la resa.
E benché la resa un po’ somigli proprio a Cohen Live, come se ripartisse da dov’era rimasto, se ne differenzia per il suono, più caldo e corposo, omogeneo ma non monotono, grazie a un gruppo che suona con delicatezza e classe estreme, le quali fanno il paio con l’eleganza d’altri tempi dei loro completi grigi. Ma soprattutto lui è in forma smagliante: canta e interpreta con una voce che azzera le incertezze recenti, e mostra entusiasmo, voglia di suonare e generosità nei confronti dei musicisti (anche troppa visto che li presenta al pubblico TUTTE le volte – nessuna esclusa – che fanno un assolo).
Si parte bene con Dance Me To The End of Love, The Future, Ain’t No Cure For Love, Bird On The Wire, Everybody Knows e In My Secret Life ma, forse è una mia impressione, il gruppo si scalda davvero con una Who by Fire che, tesa e sommessa allo stesso tempo, ipnotizza la piazza come la successiva, inattesa Hey, That’s No Way…, insomma proprio quando, essendosi finalmente messi a sedere gli spettatori delle prime file (che l’organizzazione aveva fatto entrare in ritardo), il pubblico può finalmente essere costretto dal basso volume ad un silenzio attento, che nella piazza risulta quasi irreale e che aumenta la risonanza e la forza delle canzoni (anche se la batteria in The Future e più tardi in First We Take Manhattan sarebbe meglio pestasse di più, ma amen).
Al rientro, dopo l’abbandono alla passione di Anthem che chiude la prima parte, Tower of Song prosegue l’incantesimo, col gruppo momentaneamente ridotto al tastierista, allo stesso Cohen al piano e alle tre coriste (la Robinson, che come cantante vale comunque non poco, e le Webb Sisters) a ricreare la magia in pochi tocchi dell’originale già minimale di suo. Sul finale fa proseguire le coriste col “de du dan dan dan” mentre racconta alla piazza stregata che dopo aver provato tutta la vita con le filosofie e le religioni alla fine stasera ha avuto l’illuminazione della verità, ha avuto la risposta e vuole condividerla con noi. “E sapete qual è la risposta?” chiede; si volta verso le coriste e ricomincia anche lui con “de du dan dan dan”…
Sketches a parte, nella stessa atmosfera rapita si prosegue con la delicatezza della leggendaria Suzanne e con Gipsy Wife e Boogie Street, decisamente meno note ma la cui favolosa esecuzione ci spinge a riconsiderare il loro posto nella “torre delle canzoni” del canadese. Dalla quale, qualche piano più su, scende su di noi Hallelujah, la cui intensità cancella l’impressione che la versione di Cohen, benché l’originale, fosse la sorella povera di quelle di John Cale e di Jeff Bu(onanima)ckley: persino le esagerazioni del tastierista Neil Larsen sono della giusta misura, mentre i versi (un misto di strofe dalle due versioni del brano) danno e daranno sempre i brividi.
Poteva già essere il finale dal quale uscire con gli occhi lucidi e il cuore pieno, ma c’è ancora in serbo altro: prima ci annuncia che la Democracy sta arrivando negli USA (un brano del ‘91: con comodo, si direbbe…), a tempo di marcia puntellata dall’armonica di Dino Soldo, poi I’m Your Man, sinuosa e affascinante come sempre, per chiudere con l’apoteosi di Take This Waltz, musica eccelsa per un’eccelsa traduzione di Garcia Lorca.
Fine? Macché: dopo essere uscito dal palco saltellando, rientra per dire So Long a Marianne, non a noi, per First We Take Manhattan (“remember me, I use to live for music”, dice…) e per il classico Sisters of Mercy. Poi prova a lasciarci con I Tried To Leave You, come aveva provato a lasciare il pubblico andandosene in monastero. Ma questo rapporto ricucito a forza sembra non dispiacere neanche a lui: infatti dopo aver spiegato che If It Be Your Will l’ha scritta come una preghiera e dopo averla recitata, Cohen esce sì di scena ma solo per affidare il brano alle ugole sublimi delle due Webb Sisters, anche a chitarra e arpa, che cantano davvero come due angeli. Poi però alla fine il Closing Time arriva, con l’omonima canzone e con Wither Thou Goest, quest’ultima per le sole voci di tutto il gruppo in fila davanti al pubblico a salutare.
Finisce così la serata nella quale un cantante di 74 anni si è esibito per tre ore, risorgendo agli antichi splendori benché la canzone più recente avesse 7 anni e nonostante siano rimasti fuori alcuni classici che da soli farebbero carriere intere (Famous Blue Raincoat, Nancy, Chelsea Hotel, per dire…) e sia stato ignorato tutto Songs of Love and Hate, probabilmente troppo intimo per una tournée che prevedeva tappe nei festival.
Ma c’è poco da lamentarsi: è stata una grande serata di musica, poesia e classe: c’è modo e modo di fare soldi, c’è modo e modo di invecchiare…
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