Recensioni

Suvvia: ormai Lenny Kravitz è un libro aperto. Potremmo riutilizzare quanto scrivemmo tre anni fa per It Is time For A Love Revolution e avremmo bella che pronta la recensione di questo nuovo Black And White America. Che tuttavia si merita qualche riga aggiuntiva, non fosse perché spiega ancor più e meglio la fenomenologia pop del musicista newyorkese. A partire dal titolo, che ammicca appunto il menù sonico del Nostro: da una parte rock bianco (impetuoso, turgido, incalzante) e dall'altra funk-soul (con propaggini errebì e psych). Aggiungete aromi artificiali sparsi ed eventuali e voilà, il gioco è fatto. Attenzione però, la sintesi è un'opzione non contemplata: Kravitz si esprime a compartimenti stagni. Egli è tipo che va dritto al sodo, o di là o di quà. Bando alle copule promiscue e alle sfumature. Il suo repertorio è una celebrazione della rock star dominante, capace di contenere musica "bianca" e "nera" che non s'incontrano mai davvero ma si alternano in Lui come nella suite di un albergo a ore d'alto bordo.
In questo senso, la dichiarazione di voler pubblicare un disco composto da tutti potenziali singoli è una smargiassata perfettamente in linea col personaggio, e che trova in effetti riscontro nelle sedici tracce in scaletta. Ogni pezzo sembra infatti progettato per uscire immediato, accattivante, efficace. Sempre comunque limitandosi ad un sapiente utilizzo dei cliché, e ottenendone quindi una profondità emotiva paragonabile a quella della leggendaria tartaruga addominale dell'aitante newyorkese (il fenomeno Kravitz non può prescindere dalla sua bellezza e dalla prestanza fisica). Va detto che quando si cimenta con le categorie black è davvero un drago, non tanto per la blaxploitation annacquata della title track quanto per il James Brown esplicitamente omaggiato in Life Ain’t Ever Been Better Than It Is Now, per il Marvin Gaye trafelato Jamiroquai di Liquid Jesus o per i testosteroni bradipi Isaac Hayes di Looking Back On Love.
Meno bene – nel senso che stazionano dalle parti della più scontata insulsaggine – vanno le escursioni power-pop virate wave di In The Black, la tamarrata Cars di Rock Star City Life, lo sdilinquimento da boy band di Dream, il David Bowie altezza Ashes To Ashes di I Can’t Be Without You, la piattezza da cartolina di Stand e persino quella specie di Hall & Oates apocrifo di Superlove. Peccato perché l'uomo è tutt'altro che sprovveduto, come ben sapete, e infatti una Come On Get It sciorina crossover ad alto voltaggio che si sbrana d'amblé tutto l'ultimo Red Hot Chili Peppers, mentre le due tracce con special guest non sono affatto male (più scontato lo pseudo-dancehall di Bongie Drop – assieme a Jay-Z e DJ Military – mentre Sunflower è tropical funky evoluto frutto della collaborazione con Drake). Tutto come previsto insomma. Massimo della confezione, minimo di sostanza. Successo, va da sé, garantito a prescindere.
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