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Sono arrivati al terzo album, hanno snellito la formazione (rimanendo in quattro) ed il sound, riuscendo comunque a non disperdere l’ampiezza e la versatilità del tocco. In un certo senso, A tremulaterra potrebbe essere considerato l’album della maturità per i Leitmotiv. Che, come avevamo capito già ai tempi dell’esordio L’audace bianco sporca il resto, hanno estro da vendere e capacità di svariare con disinvoltura, dribblando la retorica di certo folk-rock “impegnato” con un’attitudine art-psych capace di sottigliezze non comuni. Si veda la gravità funky di Fiori d’iloti, l’acidità etnica di Lamaravilla e l’immediatezza arguta di Romeo disoccupato (da qualche parte tra i Perturbazione più intensi e i Pearl Jam più melodiosi).

Volendo sottolineare un difettuccio, sembrano subire oltre misura il richiamo della canzone autoral/popolare, spendendo troppa energia sul versante dei testi – giochi e giochini di parole, sia pure ingegnosi, allusivi, intensi – al punto da penalizzare il ruolo dell’interpretazione e delle tessiture sonore. Quest’ultime spesso buone e talora brillanti, però quasi sempre subordinate al teatrino narrativo, al punto che anche quando tentano la carta dell’atmosfera (la densità noir di Silent Night, gli esotismi caraibici di Les jeux sont faits) capita di avvertire il retrogusto cartonato della scenografia. E’ un peccato veniale ma è comunque un peccato, perché al netto di qualche sortita banale (la marcetta balcanica delle altrimenti gustose Controluce e Cattive compagnie) i quattro pugliesi dimostrano di avere in repertorio numeri (la chanson assorta di Specchi, il sarcasmo etno/wave di Pecore) di livello più che buono.

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