Recensioni

Che cosa resta della scena indipendente se lo chiedono in tanti, con l’occhio rivolto a quella baracca mediatica in cui nuovi artisti giocano con regole diverse rispetto ai padri fondatori. Poi ci sono tutti i gruppi che stanno nel mezzo, in questa forbice tra vecchia scuola e nuove tendenze, basta cercarli. È il caso dei marchigiani Lebowski, che hanno pubblicato a novembre il loro quarto disco, Cura violenta, uscito per l’etichetta bolognese Area51 Records e registrato da Gianluca Lo Presti/Nevica su quattropuntozero. Un deciso passo avanti, uno stacco rispetto al passato, che la band decide di fare senza tradire l’esperienza accumulata ma semplicemente raffinandola, per scrivere un lavoro più denso.
Meno orpelli pop e maggiore peso specifico. La copertina d’ispirazione cubista rende bene l’idea della lucidità compositiva geometrica alla base dei testi e degli arrangiamenti di un album che non ha punti deboli, a partire da Paolo Ruba Cuori, singolo che strizza l’occhio al rock indipendente più classico, un pezzo più marleniano degli ultimi brani dei Marlene Kuntz. Il tentativo riuscito, con Cura violenta, è di stare nel solco di un post-punk “espanso” e scolpito da un basso pulsante e da un sax in odore di no wave sempre presente, reso ancor più ruvido da certi anni Novanta che hanno fatto scuola (Mi sento Uh! sembra un ibrido tra i Nirvana di Bleach, certo noise di scuola americana e una linea vocale che il primo Vasco Rossi non avrebbe disprezzato), e allo stesso tempo provare ad andare al di là di questi perimetri sicuri. Il tutto grazie anche alla collaborazione con il baco da pietra Bruno Dorella, che in Animali nella notte rinforza, percuotendo come lui sa fare, l’intensa prova vocale del cantante Simone Re, e allo zampino di Matteo Scaioli.
La sperimentazione, che trova ampio spazio in questo nuovo disco, ha sempre alla base una materia prima funzionale, grazie anche alla capacità del quintetto marchigiano di maneggiarla con cura e intelligenza. Di fondo una attitudine punk, declinata in forme diverse. La si avverte chiaramente anche nei due pezzi più sperimentali del disco, quello posto in apertura che dà il titolo all’album, ovvero sette minuti e trentotto con vaghe cadente funk-post rock-ambientali da soundtrack, e quello che chiude la scaletta, un Journal Noir che è una bella cavalcata acida. Nel mezzo tracce più lineari, come la durezza scura di Universi Paralleli, l’ansiolitica e talkingheadsiana Giorno Zero, la melodia confortevole di Little B. Pochi schemi, molto coraggio, per un disco con tante facce, e da riascoltare più volte per entrarci dentro davvero.
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