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La pastoralità in senso evangelico al giorno d’oggi, viste le ultime notizie dal mondo, non sembra godere di grande popolarità. Ma il Pastorale come lo intendono Le Pietre dei Giganti ha il senso di bucolico, del recupero del rapporto tra uomo e natura. A sottintenderlo è anche la copertina “leonardesca” (opera di Morgan Sorensen/See Machine) di questo nuovo album del quartetto fiorentino, che arriva a quattro anni di distanza dal precedente Veti e Culti e a due dal live Prima Che Il Fuoco Avvolga Ogni Cosa.

Fiamme dell’ispirazione che crepitano in questa terza prova in studio dei gigliati, opera dal mood fosco, purtroppo adatto all’oscurità dei tempi correnti, ma altresì complessa, stratificata. Una riflessione sull’oggi partendo dalla conoscenza di processi in corso da sempre. Stavolta il combo, alla cifra prog/stoner dalle atmosfere cupe e claustrofobiche caratteristica della casa, come pure al consueto ricorso a venature psych, stoner e quasi doom, aggiunge influssi etno/world ispessiti da una vena tribale che si sostanzia in primis nelle ritmiche, tra tamburi primitivi e policadenze latine e caraibiche, ma anche nell’handclapping e in ritornelli cantati a più voci come in certe rituali celebrazioni di antiche tribù. Ad arricchire il tutto durante il percorso, un sax paranoico, un contrabbasso e rintocchi di pianoforte.

Diversivi a parte come l’elettronica tracimante in dance dell’opening-track Dentro L’Atomo (no, non è il preludio a una nuova Trilogia chimica) e un paio d’intermezzi d’atmosfera (Gamelan e Opale Nero) restano comunque le chitarre heavy l’ingrediente principale, come si ascolta per esempio nella turpe e circospetta La Nostra Sanità, che insieme a Zinco, la title-track e soprattutto la maestosa Sulla Sequoia, è – a parere di chi scrive – uno dei passaggi migliori del lotto. Anche la sincopata Santo Fulmine è una bella saettata col suo incedere marlenekuntz-iano e innesti, nelle linee di lead guitar, di fascinazioni arabe (un po’ come facevano altri fiorentini doc un po’ di tempo fa). Ma si fatica a scegliere, poiché ognuno dei dodici brani (per un totale di quasi un’ora di musica) è un tassello di un unicum.

Tematicamente, Pastorale mescola antico e moderno, mito e scienza, tradizione e progresso. Credenze secolari da una parte, razionalità e determinismo dall’altra. Si parla di cavalcatori di vortici, streghe antiche e tiranni ma anche di «questioni di statistica e meccanica»; di antichi templi, feste arcaiche e stirpi sottomesse nei secoli ma anche di universo come sistema fisico e chimico. Una sacralità laica, o una laicità sacrale. Il tutto alternando lessico ancestrale e linguaggio forbito (un po’ come facevano gli stessi Bluvertigo) per ricordarci come poi, in realtà, vanno bene il nuovo e la modernità, ma tutto si ripete sempre uguale nel corso dei millenni.

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