Recensioni

A metà degli anni Novanta il rock in Italia va per la maggiore, in ossequio a quella che a livello internazionale sembra essere la cifra stilistica dominante del decennio. Del resto uno dei maggiori successi discografici nostrani del 1995 sarà Buon Compleanno Elvis, di Luciano Ligabue, e a dettare la linea in ambito mainstream è anche gente come Litfiba, Negrita, Timoria, ossia band che non fanno certo mistero di ispirarsi alle sonorità hard&heavy. Anche l’universo alternative-rock è uno zampillare di chitarre, e a ben vedere l’esistenza stessa di una scena alternative si spiega anche con la necessità di tanti giovani musicisti di dar sfogo ai loro istinti artisticamente più ribelli e nichilisti esprimendo il proprio disagio sociale ed esistenziale principalmente attraverso i suoni ruggenti di una o più sei-corde elettriche. Inutile ricordare che in questi anni band come Afterhours, Marlene Kuntz, C.S.I., Massimo Volume, La Crus e tante altre, siano già realtà acclarate, perlomeno tra gli appassionati più attenti alle novità provenienti dal sottosopra dell’underground. In America è stato il grunge a dare l’impulso, e così anche in Italia a un certo punto ci si è accorti che esiste una scena indipendente su cui l’industria musicale ha puntato i riflettori, snidando una vera e propria Valle delle ombre.
Inizialmente, di questo movimento in salsa tricolore fa parte anche un quartetto monzese di fresca fondazione che nel giro di pochi anni regalerà alla sua città natale gli onori delle cronache rock. Impresa non improba, del resto. Milano, ovvero il centro della scena musicale, è a un tiro di schioppo. Percorsi esistenziali Monza-Milano / E se prendi il concorde arrivi prima di partire non sarà frase buttata lì a caso. Il quartetto in questione, come detto, suona rock ma con sfumature tendenti maggiormente al pop che il 6 marzo 1995 si sostanziano in un album d’esordio il cui titolo è ispirato alla chimica: Acidi e Basi. Perché, come spiega l’eccentrico leader e principale compositore Morgan, «ci sono dei legami tra la musica pop e la chimica. Il pop è quel genere che permette di assemblare elementi, elementi chimici in questo caso, e di creare delle molecole, a questo punto si possono prendere dei gas nobili, si può prendere qualsiasi tipo di atomo e costruire delle molecole». Ed è chiaramente un’etichetta impropria, quella di band chitarristica che inizialmente verrebbe naturale appiccicare ai Bluvertigo, visto che ben presto la sigla prenderà tutt’altra strada rispetto a quella di un classic rock che, evidentemente, non sente del tutto come propria via maestra, spingendosi al contrario in direzioni molto più sperimentali e d’avanguardia.
Ma Acidi e Basi contiene già in sé il germe della contaminazione. L’elettronica, benché non utilizzata in modo così massiccio come nei successivi Metallo Non Metallo e Zero – ovvero la famosa nevicata dell’85, i due lavori che completeranno la cosiddetta Trilogia chimica del combo lombardo, è comunque presente, benché relegata a un ruolo marginale e appena percettibile rispetto a quella che, almeno in principio, si impone come una delle peculiarità principali del Bluvertigo sound: la robusta chitarra ai limiti dell’hard rock di Marco Pancaldi (il quale nel giro di un paio d’anni lascerà la band per essere sostituito da Livio Magnini, già fonico del gruppo), immersa in un profluvio di dissonanze e distorsioni tipicamente 90s. Altre caratteristiche distinguenti della casa sono lo straniante sax magistralmente bowie-ano di Andy Fumagalli, il drumming possente e puntuale di Sergio Carnevale e il basso spesso “slappato” (alla Flea dei Red Hot Chili Peppers) del summenzionato Morgan, elementi che al contrario della pancaldiana chitarra ruggente Seventies non si rarefaranno e resteranno preminenti nella ricetta sonora del gruppo. Ma anche se il prosieguo di percorso dei Bluvertigo, con la sua prevalenza di suoni sintetici e futuristici, poco si sposerà con le sonorità ruvide e hand played del lavoro di debutto, a un ascolto più attento del medesimo già si sente la tendenza ad aggiornare l’italica forma canzone impiantandovi i codici di glam e new romantic.
Tuttavia è soprattutto la soverchiante personalità del frontman – una personalità sfuggevole, enigmatica, estrosa al punto da risultare a tratti perfino egotica e benevolmente “irritante” – a imporsi in una proposta musicale “stramba” fin dalle fondamenta. Stramba ma geniale. I testi di Marco Castoldi, pur risentendo a tratti di un’asprezza tipicamente adolescenziale, si dipanano spesso per quote troppo brillanti per finire sui bigliettini dei cioccolatini o come citazioni da social. Il suo stile è netto, assertivo, definitivo, o lo ami o lo odi; e fin da subito appare chiara la fascinazione del vocalist e paroliere per il registro colto e ironico di Franco Battiato. La poetica morganiana nasce prima del personaggio Morgan ed è un inno all’eccentricità, alla provocazione, al desiderio di distinguersi, al mettersi a nudo a partire dai propri limiti, al proclamarsi individuo unico e inimitabile; e in questo bisogna riconoscergli la coerenza fino ai limiti dell’autolesionismo nonché il coraggio delle proprie scelte, sempre pagate in prima persona, a partire dall’errore di abbandonare di fatto molto presto la carriera di artista, diventando la rappresentazione di un artista.
Dopo il “congelamento” della sua band annunciato nel 2001 e un ottimo esordio solista (Canzoni dell’Appartamento) pubblicato due anni dopo, infatti, Morgan si dedicherà alla composizione in modo molto discontinuo (eufemismo), prediligendo invece i panni di personaggio televisivo, uno sfatto gagà da salotto protagonista del gossip e divulgatore musicale ad ampio spettro. Ma il Morgan fenomeno catodico è discendenza diretta del Morgan autore e performer del 1995. Inoltre a più di trent’anni di distanza molti stralci dei suoi testi possono essere letti come profetici di quanto, in seguito, la carriera (non) gli riserverà. In Vivosunamela, per esempio, canta: «Ho sempre rifiutato, io, di essere compreso / Perché essere compresi vuol dir prostituirsi»: difatti, nel cercar di farsi comprendere, Morgan, investirà poco anche nei tempi a seguire. E in Salvaluomo eccolo esclamare: «Han tentato di cambiarmi e non ci son riusciti»: difatti si dimostrerà immune a ogni tentativo di ammansirlo.
Neanche l’onestà fa difetto al Castoldi, anzi. In Iodio, primo singolo estratto (e con il quale la band partecipa all’edizione 1994 di Sanremo Giovani), ammette di provare quel sentimento «umano e duraturo» che ti fa detestare «la vicina che reclama» o «Masini e le sue ansie». Anche musicalmente il brano è una specie di manifesto dell’imprevedibilità stilistica del gruppo, con una strofa falsamente pop-idilliaca – riscaldata da un’infingarda chitarra acustica – che ricorda i Cure di Close To Me, e un ritornello a base di improperi dondolanti su chitarra pesante.
Il lead single peraltro non è l’unico episodio a pagare crediti in fatto di ispirazioni. Complicità omaggia altri padri putativi dei quattro brianzoli, essendo una cover in italiano di Here Is The House dei Depeche Mode; la chitarra sulfurea che fa da sfondo a Storiamedievale rievoca le carezze acquatiche di una Come Undone dei Duran Duran; e infine Bono Vox, il leader degli U2, di quegli U2 profondamente apprezzati da Morgan e soci perlomeno nella loro decadente incarnazione “berlinese” (nel febbraio 1997 i Bluvertigo suoneranno in diretta su Radio Rai una splendida versione di Love Is Blindness), è esplicitamente omaggiato nel testo della stessa Decadenza per come abbia assunto il ruolo di mito e superuomo eccezionale «ironicamente, senza sputtanarsi, e diventando miliardario» (probabilmente il Bono di oggi non gli avrebbe ispirato altrettanta benevolenza). In tema di omaggi, poi, come non citare la copertina del disco, disegnata dall’artista Robert Gligorov e ispirata a quella di In The Court of the Crimson King, leggendario LP di debutto dei King Crimson. Di Gligorov sarà anche l’immagine di cover del succitato Metallo Non Metallo nonché la regia del videoclip per la canzone L.S.D. La Sua Dimensione, secondo singolo tratto da Acidi e Basi. Ma sono anche passaggi come L’Eretico, I Still Love You e la conclusiva Il Dio Denaro a mettere in mostra le qualità compositive del gruppo, abile nel mescolare registri opposti alternando suoni potenti e in qualche modo telefonati ad altri disciolti e sperimentali.
Nel complesso è dunque un’ottima opera prima quella dei Bluvertigo, un lavoro non epocale come i due che seguiranno ma comunque godibile e che lascia intravedere le enormi potenzialità di una band troppo poliedrica per essere incasellata in qualsiasi definizione. Vogliono distinguersi, i Bluvertigo, e nel quinquennio inaugurato discograficamente dalla prova lunga oggetto di queste righe (ma la band è nata nel 1992 e Morgan e Andy si conoscono addirittura dal 1984) ci riusciranno eccome, senza neanche bisogno di fare i portieri. Perché per differenziarsi non serve essere vestiti meglio e stare fermi: basta fare grande musica. I Bluvertigo faranno grandissima musica per alcuni anni, diventando per un brevissimo periodo probabilmente la più importante band italiana. Poi sul più bello si autoinfliggeranno il confinamento in freezer per “scongelarsi” in seguito solo di tanto in tanto, ogni volta con la promessa di una ripartenza di carriera che puntualmente resterà solo nelle intenzioni. Però magari, chissà, la reunion annunciata per il concerto milanese del prossimo 14 aprile («e poi si vedrà…», come hanno scritto su Instagram, alludendo a un possibile tour se non addirittura a un nuovo disco) potrebbe riscrivere la storia.
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