Recensioni

Tempo di sophomore per i labronici Le Gorille, trio under 30 col pallino per certo immaginario sonoro dei Sessanta, quello che alle parole preferisce un carnet di fatamorgane e miraggi che da letterari si fanno d'amblé cinematici. Per certi versi in scia Calibro 35, però svincolati dalla formula delle soundtrack potenziali, i tre spingono la combinazione tastiere-chitarra-batteria con lo scopo preciso di definire gli ambiti, i rimbombi, le vibrazioni del mondo pre-globale, quando il termine "esotismo" significava necessariamente anche mistero e fantasia. Lo fanno prendendo quale totem-feticcio il celebre sommergibile di Jules Verne, baricentro simbolico da cui sprigionano canzoni cariche come siluri.
Ora è il gioco serioso d'un surf dalle nuances desertiche (Gli aborigeni), poi una bossa incarognita beat (Florinda Sunderland), quindi uno scapicollarsi tra garage fuzzoso e siparietti gotici pseudo-Stranglers (Nella piramide), poi ancora un cincischiare tra soul-jazz, blues turgido e vampe acidule hendrixiane (la title track), arrivando anche a permettersi dadaismo psych androide (Paradisi indiani) e palpitazioni Bacalov ravvivate da un brillante intermezzo swing (Notte sulla terra). C'è lo sguardo da vitellone post-moderno di Mike Patton e un'asciuttezza ispida che non spiacerebbe ad uno Steve Albini (Monolite), c'è il gusto dell'artefatto al calor bianco, un delirio grottesco che ti porta a immaginare i primi Pink Floyd nel teatrino fumettistico dei Troggs (Alka Selzer) oppure i Fleetwod Mac più roots smerigliati da una febbre exotica (Kamčatka), o ancora l'epos struggente morriconiano braccato da un ghigno selvatico punk-blues (Nella terra del fuoco).
C'è insomma inventiva, sfacciataggine, veemenza e un piglio carezzevole che riesce a non sembrare mai ruffiano, perché tutto è parte di un edificio coerente, dimensione un po' nostalgica e vagamente snob per salotti che non disdegnano casomai di rovesciare le poltrone.
Amazon
