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C’erano una volta i CHVRCHES, band di synth-pop nata nel fertile panorama indie scozzese. Il gruppo ha attraversato tutte le tappe fondamentali di una carriera di successo: dall’attenzione delle principali testate musicali (Pitchfork, NME) alla partecipazione ai festival più prestigiosi (Primavera Sound, Coachella), fino alle collaborazioni eccellenti, con Robert Smith dei Cure tra i loro estimatori. Un percorso che perlomeno ha sempre considerato la qualità delle produzioni.
Lauren Mayberry, voce e volto della band, esordisce ora come solista con Vicious Creature, un album che rappresenta il compimento di un lungo processo personale e creativo. L’idea di intraprendere una carriera individuale risale al 2018, dopo l’uscita di Love Is Dead, terzo album dei CHVRCHES, in un periodo segnato da difficoltà interne al gruppo. Il progetto ha subito ritardi a causa della pandemia, portando nel frattempo alla pubblicazione di Screen Violence nel 2021, disco che già conteneva molte delle premesse di questo debutto. Tuttavia, Mayberry ha dichiarato che le radici sonore dell’album affondano ancora più indietro nel tempo, nei suoi amori adolescenziali per il pop mainstream, un genere che sentiva di dover nascondere per adattarsi a un ambiente musicale da lei descritto come “dominato dagli uomini”.
Dal punto di vista sonoro, Vicious Creature si discosta dall’identità consolidata dei CHVRCHES – caratterizzata da sintetizzatori distorti e atmosfere malinconiche – per abbracciare un pop più diretto e semplicistico. L’album si ispira a icone del passato come Fatboy Slim, evocato nel piano accattivante di Sunday Best che richiama Praise You, le All Saints, omaggiate in Something in the Air, e Avril Lavigne, il cui spirito adolescenziale risuona nell’acustica Anywhere But Dancing, che cattura le vibrazioni nostalgiche dei prom americani.
Per la produzione, Mayberry si è affidata a una squadra di alto profilo, includendo Greg Kurstin, Tobias Jesso Jr. (noto per il lavoro con Adele e Dua Lipa) e Dan McDougall. Nonostante il coinvolgimento di questi nomi prestigiosi, Mayberry sottolinea che l’obiettivo non è stato tanto il successo commerciale quanto il recupero di un’autenticità creativa. Questo approccio si inserisce nel contesto del revival del pop mainstream, segnato dal trionfo dell’Eras Tour di Taylor Swift e dal rinnovato interesse per artisti degli anni 2000 come la sopracitata Lavigne e Sum 41.
Il disco, tuttavia, risulta più incisivo quando si discosta dalle influenze dichiarate e tenta (spesso invano) di costruire una propria identità sonora. Brani come Punch Drunk, con il suo groove di basso vivace, o il caotico big beat di Sorry, Etc. – che richiama l’energia dei Prodigy – spiccano quantomeno per originalità. Tra i momenti più riusciti c’è Mantra, un pezzo che gioca con arrangiamenti volutamente disordinati, alternando silenzi e un ritornello martellante e ipnotico.
Vicious Creature si presenta come un album che intreccia omaggi al passato e tentativi di innovazione, guardando al futuro. Nonostante le sue ambizioni, resta la sensazione di un’artista ancora alla ricerca di un equilibrio nel nuovo contesto musicale che sta cercando di definire.
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