Recensioni

Persino l’album più pop e meno riuscito dei Chvrches, Love Is Dead (2018), aveva conservato un pizzico dell’attitudine degli esordi: synth-pop per adolescenti aggiornato alle produzioni EDM, musica che ha molto più in comune con il pop da classifica di Taylor Swift (in versione teen-idol), Ellie Goulding o Major Lazer che con la ricerca sintetica di Depeche Mode e New Order. Se per l’album d’esordio si erano spesi paragoni con Chromatics e M83 e per il successore e riuscitissimo Every Open Eye (2015) quelli con The XX e Purity Ring, il terzo album, l’unico (non a caso) affidato alle mani di un produttore esterno, improntato com’era su una narrativa da “piccoli problemi di cuore” e su un immaginario teen-emo, mostrava una band poco ispirata, in balia di brani usa e getta che, infatti, sono stati consumati e dimenticati velocemente. Tutto lascia presagire che non fosse questo l’intento iniziale e che la band avesse un po’ perso la bussola.
A sorpresa, però, il nuovo Screen Violence rimette le cose in prospettiva. Scritto durante il primo lockdown, con la band a lavorare da remoto (e Mayberry e Cook bloccati negli USA), il quarto album si riappropria di uno stile più sincero, per quanto non distante dalle melodie zuccherose e dai bassi pomposi dei precedenti lavori. È un album poco British, indirizzato a teenagers amanti di saghe su vampiri e film horror che, però, mantiene una certa coscienza sociale sotto la patina emo-pop. È un concept cinematico sugli horror, in cui la vita post-pandemica, vissuta dietro e dentro gli schermi dei nostri dispositivi elettronici, rappresenta il vero orrore. Le tematiche amorose, care allo stile compositivo di Mayberry, non sono più centrali, sostituite dagli stereotipi di genere (smontati in He Said She Said), da riflessioni sulla cancel culture (Good Girls) e sull’accettazione dei propri difetti (Asking For A Friend). Il centro focale di questa linea narrativa è Final Girl, un brano che mette al centro lo stereotipo della protagonista femminile dei film dell’orrore, che sopravvive alle peggiori disavventure e ai peggiori bagni di sangue solo per venire squartata nelle scene finali. Mayberry canta che non vuole finire «in a body bag», mentre una linea di basso goth-pop sfocia in un ritornello che sa di Spandau Ballet degli esordi.
Il tema della morte è particolarmente delicato per il trio di Glasgow, che nel 2019 si è trovato a far fronte a minacce di stupro e di morte, dopo aver condiviso opinioni non certo lusinghiere su Chris Brown (collaboratore di Marshmello, col quale i Chvrches hanno prodotto Here With Me), condannato per aver picchiato Rihanna. Una vicenda che ha costretto i ragazzi a rinforzare i propri sistemi di sicurezza e ha influenzato l’atmosfera del nuovo lavoro.
Spesso, però, la sensazione è un po’ quella della giocata facile. Brani non certo memorabili come California, Lullabies, Nightmares e Better If You Don’t sono costruiti su arrangiamenti space-pop ultra saturi, in cui la voce fanciullesca di Mayberry finisce col risultare stucchevole. L’orecchiabilità di California, scritta con in mente lo stile della Pacific Coast Highway e le chitarre degli Eagles, luccica di un country-pop fra Taylor Swift e Katy Perry, ma non incide abbastanza per diventare una hit; Lullabies e Nightmares, d’altro canto, pur omaggiando il dream-pop dei concittadini Blue Nile, non godono del piglio pionieristico della band e anzi sembrano proporne una versione teen-friendly.
Se è chiaro che i Chvrches sono dei Peter Pan, fa piacere per loro che siano riusciti ad assoldare il Re della categoria, Robert Smith, la cui presenza risuona in Screen Violence non solo per quanto riguarda la declinazione dark/dream/pop dell’album, ma anche per la sua presenza fisica in How Not To Drown. Il palese omaggio alle atmosfere dei Cure si traduce in un beat sincopato, fra chitarre riverberate e muri di synth altissimi, ma la voce del Nostro, ahinoi, è poco più di una comparsata. Le cose migliorano con Final Girl e Good Girls, queste sì veri omaggi al power pop da arena di metà anni Ottanta: la prima grazie a un piglio chitarristico à la Walking In My Shoes dei Depeche Mode o Fascination Street dei Cure, la seconda che sfrutta l’esperienza degli esordi (The Mother We Share), mettendola al servizio di una hit super-pop che non sfigurerebbe in un disco dei New Order. Ancora di più alto spessore sono la opener Asking For A Friend, un brano che da una parte rimanda alla cultura rave anni Novanta e dall’altra chiude il cerchio con un crescendo onirico che sembra citare Idioteque dei Radiohead, e, soprattutto, Violent Delights, piccolo tributo tanto alla scena Madchester quanto ai Prodigy: il suo suono ovattato, gli stop and go e la sua malinconia sintetica rappresentano il punto più alto del disco.
Non si nascondono più i Chvrches di Screen Violence. Hanno accettato la loro natura di band elettropop per palati non troppo raffinati e ne raccolgono i frutti. La formula reggerà se i tre saranno bravi a non scendere a ulteriori compromessi. Per ora, ascriviamo il quinto album alla lista di quelli che, al netto dei sintomatici brani più deboli, fanno registrare un netto miglioramento rispetto al passato.
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