Recensioni

Se l’esordio Alas, I Cannot Swim di due anni orsono stupiva per la sagacia con cui l’allora diciottenne Laura Marling maneggiava la materia folk rock, il qui presente sophomore I Speak Because I Can rinnova il senso di stupore incrementando l’intensità di scrittura e interpretazione. La ventenne inglese canta come se avesse vissuto davvero ogni parola, si muove con impressionante disinvoltura nel solco tra alt-country e cantautorato. Non si accontenta del compitino ma spinge a fondo la lama affrontando temi a stretto rischio di retorica, vedi la lettera dal fronte di What He Wrote (il dolore rannicchiato in una sobria litania, una solennità pietosa degna di Sandy Denny) o la crisi coniugal/esistenziale della title track (pervasa di fierezza e intima tenacia degne d’un Mark Lanegan femminino).
Pur nella generale sobrietà, che non impedisce anzi è il sostrato di episodi intensi quali Hope In The Air e Made By Maid (laconici anelli di congiunzione tra il giovane Bob Dylan e la più morbida Cat Power), spiccano interessanti deviazioni come le inquietudini balcaniche di Alpha Swallows e le febbricole latine di Darkness Descends, mentre l’iniziale Devil’s Spoke segna l’apice energetico con una furibonda meditazione che non sarebbe spiaciuta a Johnny Cash buonanima.
A questo punto dobbiamo crederci al di là della fenomenologia mediatica: Laura Marling è tra le più interessanti cantautrici folk in circolazione.
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